IL NUMERO

100

100, come “Quota 100”, la riforma del sistema pensionistico che dovrebbe mandare in pensione la legge Fornero, introdotta nel 2011, ma che ancora fa parlare per l’immane marasma che ha creato con la sua applicazione.

In questo Paese nulla si crea e tutto si distrugge, ma in particolare tutto si incasina perché chi governa sembra avere due obiettivi: il primo è fabbricare sogni, il secondo farli pagare a chi non ha nessuna possibilità di evadere le tasse, come tutti coloro che hanno un reddito fisso.

La legge Fornero, in teoria, avrebbe posto fine al sistema pensionistico con il metodo retributivo (più o meno si andava in pensione con lo stipendio percepito a fine carriera), passando per tutti al sistema contributivo (meno ovviamente per chi fa le leggi) e arrivando ad avere un assegno di pensione solo sulla base dei contributi realmente versati con il sacrificio del proprio lavoro.

In verità c’era già stata la legge Dini del 1995 che aveva inserito un meccanismo perverso, secondo il quale chi aveva maturato 18 anni di versamenti all’INPS continuava ad andare in pensione con il sistema retributivo; chi, invece, non li aveva maturati da quel momento in poi andava in pensione con il sistema misto (parte retributivo e parte contributivo).
Prima della Fornero, inoltre, l’età per accedere alla pensione di vecchiaia era fissata a 65 anni per gli uomini, mentre per le donne si applicava un requisito differenziato in funzione del settore lavorativo. Dal 1° gennaio 2012, l’età di pensionamento è fissata per tutti i lavoratori dipendenti e autonomi e per le dipendenti del settore pubblico a 66 anni. Questi limiti di età sono destinati a crescere ulteriormente in virtù del meccanismo di aggancio alle speranze di vita. Per approfondimenti leggi qui.

Con l’attuale governo, è al vaglio del Parlamento un provvedimento che dovrebbe ripristinare il cosiddetto sistema quote, per cui con 38 anni di contributi versati e 62 anni di età, è possibile andare in pensione anticipatamente. Oppure con 63 anni di età e 37 di contributi, 64 e 36, e così via, purché la somma sia 100. Fin qui sembra facile, ma chi andrà in pensione con la “Quota 100” vedrà la propria pensione lorda decurtata tra il 5 e il 30 per cento, a seconda degli anni di anticipo rispetto a quanto previsto dalla Legge Fornero. A fornire questi dati è l’Ufficio parlamentare di bilancio durante l’audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato.

Insomma, una proposta geniale perché l’assegno pensionistico non è commisurato a quanto versato, ma progressivamente ridotto. Perché la gente dovrebbe accogliere con favore un provvedimento di questo tipo? La spietata freddezza del contributivo non lascia spazio ai sogni. L’assegno pensionistico medio in Italia è di 1.039 euro netti al mese. Questo significa che un lavoratore medio andrebbe in pensione a 62 anni con circa 685 euro al mese, cioè sotto la soglia di quella povertà che il governo del cambiamento ha promesso di abolire.

E come può riuscirci se mette sul piatto una proposta per la quale si può rinunciare a un posto di lavoro da 1.200 euro in cambio di un assegno da fame? Quota 100 rischia di essere, quindi, una fabbrica di nuovi poveri. Già, dimenticavo il reddito di cittadinanza: 780 euro mensili a babbo morto più della pensione al minimo.

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