LA DATA

11 settembre 9 d. C.

Racconta Svetonio che, alla notizia della disfatta di Teutoburgo, Augusto si aggirasse per giorni nelle sterminate sale del suo palazzo gridando al vuoto fattosi intorno a lui: «Quintili Vare, redde mihi legiones!». Tre ne aveva infatti perdute (la XVII, la XVIII e la XIX, con le relative aquile) nei labirinti di alberi e nebbie della Bassa Sassonia nel corso degli scontri con le tribù locali capitanate da Arminio, conclusisi l’11 settembre del 9 d.C. con la più scioccante sconfitta dell’esercito romano, quella che segnò per sempre sul Reno il confine nord-orientale dell’impero, ponendo un freno all’espansione oltre l’Elba e, forse, ad un’altra idea di Europa.

Hermann o Armin (ora eroe nazionale tedesco, titolare di un monumento in rame alto 26 metri situato a Deltmond, in Westfalia), per i Germani, divenuto cittadino romano con il nome di Gaius Iulius Arminius, prefetto di una coorte di truppe ausiliarie dell’esercito imperiale, godeva della fiducia di quel Publio Quintilio Varo di cui sopra (un burocrate messo a capo della spedizione in quanto parente di Augusto), che a lui si affidò per condurre la potente macchina dell’esercito di Roma negli stretti passaggi di quella selva che in alcun modo avrebbe consentito alle legioni di dispiegare la loro tattica di combattimento da campo aperto. Voleva piegare in breve tempo e senza andare per il sottile quelle tribù fieramente ribelli alle leggi di Augusto, il comandante, né aveva risparmiato, nel corso del suo governatorato, crudeltà ed umiliazioni verso le popolazioni ed i capi guerrieri del posto, che trattava più come schiavi che in qualità di possibili alleati, alimentando almeno in parte l’odio che doveva condurre al tradimento ordito dal giovane Arminio.

Non si trattava, invero, di una vera e propria spedizione militare: quell’area oltre il Reno era già stata oggetto di conquista e ora si trattava piuttosto di stringere accordi diplomatici con i capi tribù, stabilire le condizioni dell’alleanza e del passaggio dentro i confini dell’impero, pianificare strade e villaggi:  per questo, al seguito delle tre legioni, c’erano molti civili fra tecnici, artigiani, topografi, oltre naturalmente alle famiglie dei militari. E quando, stretto fra il fianco della collina da una parte, il fiume e la palude dall’altra e la foresta tutto intorno, («silvis horrida aut paludibus infida» aveva definito quella terra Tacito nel suo trattato sui Germani) l’esercito di Varo fu attaccato dalle tribù germaniche, per i soldati e per la lunga carovana di carri che li accompagnava come un serpentone per stabilire l’accampamento invernale al di qua del Reno (20 km hanno stimato gli storici, per un totale di circa 30.000 persone) non ci fu alcuno spazio di manovra né scampo ed il massacro durò per tre interi giorni.

Varo, vistosi perduto, si tolse la vita per non cadere nelle mani di un nemico che si abbandonò a crudeltà indescrivibili, disseminando la zona di scheletri che, rimasti per anni insepolti, furono infine ritrovati nel corso di una spedizione con la quale Germanico, nell’estate del 15 d.C., si fece ricondurre sul campo di Kalkriese avvalendosi dell’aiuto dei pochissimi superstiti della battaglia per dare degna sepoltura ad una parte dei resti dei commilitoni morti sei anni prima, prima di lasciare quella foresta maledetta per non cadere a sua volta in una trappola mortale, sempre tesa da Arminio e dai suoi guerrieri. Per questo ancora si scava, nei pressi dell’odierna città di Osnabrück, da quando un colonnello inglese in pensione, armato di metaldetector, ritrovò nell’area alcune monete recanti la scritta VAR di Varus: e vengono alla luce ossa, armi, utensili, persino una spettrale ed emblematica maschera di ferro, spogliata della sua lamina d’argento, di quelle usate dai generali romani per celebrare i trionfi.

Tags