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Ikonda 5: «Ciao Mpipi». Ecco la schiera di bambini in Tanzania

Quinta tappa di un'esperienza trascorsa a Ikonda in Tanzania in un ospedale dove c'è molto da imparare. L'ha fatta una socia di TESSERE impegnata in un progetto di aiuto medico promosso dal Comitato Collaborazione Medica (CCM), una Ong fondata nel 1968 da un gruppo di medici torinesi impegnati a garantire il diritto alla salute e l'accesso alle cure alle persone più vulnerabili nei paesi più poveri. Oltre che in Tanzania è presente in Burundi, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan e Uganda.

Quinta tappa di un’esperienza trascorsa a Ikonda in Tanzania in un ospedale dove c’è molto da imparare. L’ha fatta una socia di TESSERE impegnata in un progetto di aiuto medico promosso dal Comitato Collaborazione Medica (CCM), una Ong fondata nel 1968 da un gruppo di medici torinesi impegnati a garantire il diritto alla salute e l’accesso alle cure alle persone più vulnerabili nei paesi più poveri. Oltre che in Tanzania è presente in Burundi, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan e Uganda.

BARBARA GREPPI

Ed eccoci ai bambini. Impossibile non notarli: ce ne sono sempre tanti, minuscoli, più grandicelli, raramente soli, fuori quasi sempre in branchetti. Non parlo di quelli che ancora sono “in fasce”; qui, l’espressione è letterale, la maggior parte delle donne ha sulla schiena minuscoli esseri, di cui in genere vedi solo la cupola di un cappellino (mai sentito un vagito).

Bambini in ospedale; per necessità di accudimento (accompagnano le madri nelle loro vie crucis), per essere visitati in ambulatorio (esiste un programma vaccinale) o ricoverati: abbiamo un reparto pediatrico (sempre pieno, ogni tanto ci mandano i più grandicelli) che lavora a pieno ritmo, cui vanno aggiunti i bambini ricoverati nei reparti specialistici (ortopedia e chirurgia).

Ed ecco J., bel cherubino nero di 18-24 mesi, ingessato dall’anca alla caviglia destra per brutte fratture. Immobilizzato a letto per 3 settimane, con il gesso che certamente pizzica e irrita. Solita stanza a tre letti, lui occupa quello verso la finestra (i primi due ospitano due adulti).

È solo, J., con il gesso che lo blocca; sorride e ride quasi sempre, sempre allegro, agitando mani e braccine, chiaramente felice quando qualcuno gli si avvicina. La mia pelle bianca lo incuriosisce, gioca con la mia mano, ride, chiacchiera…

Racconta J. che la sua mamma è morta, ma lui è accudito dalle donne del suo villaggio, che gli portano da mangiare e si occupano di lui. Chiacchiera e ride, ride e chiacchiera, muovendo quel poco che può. Ci facciamo smorfie e carezze, lui sempre luminoso e ridanciano… beh, credo che questo cherubino allegro non possa che farcela, e che talvolta nella ruralità africana si trovino risposte che la nostra cosiddetta civiltà non sa più nemmeno immaginare.

Bambini in ospedale: ci chiedono una valutazione ecocardiografica per una bimba di due anni, sono due mesi che ha una febbre ostinata di cui non si individua l’origine. Quando la vedo, penso di aver capito male; dalla vita in giù, sembra una neonata, dalla vita in su non le dai comunque sei mesi. Ma è qui per una febbre persistente…

Bambini in ospedale: tanti HIV, arrivano quasi sempre con meningiti intrattabili o malarie impossibili. O al contrario forme croniche, di una complessità diagnostica che sfiderebbe i mezzi di un ospedale pediatrico come il Meyer di Firenze.

Bambini in ospedale: per fortuna arrivano periodicamente dall’Italia due bravi chirurghi pediatrici, piano piano qualcosa migliora.

Bambini fuori dell’ospedale: a certe ore, vieni assalito da orde agguerrite di creature in divisa giallo-verde che ti accerchiano e frugano al grido di “ciao mpipi”. Manine dappertutto, cercano tasche ed esigono caramelle (mpipi).

Ciao è il nostro italianissimo saluto, i bambini lo imparano presto, anche perché il giallo-verde ne sottintende la frequentazione dell’asilo di Suor Mimmina. Lei è una forza della natura, l’asilo che ha creato e che gestisce tra mille difficoltà uno spettacolo.

È arrivata qui da qualche anno, con altre sorelle della sua congregazione (credo siano salesiane); Padre Sandro ha messo loro a disposizione una bella casa vagamente vittoriana, le sorelle partecipano come infermiere alle attività dell’ospedale.

Alta e dritta, volto di pesca, occhi forti, Suor Mimmina, brindisina di nascita, approda a Ikonda dopo anni di Paraguay. Imparato lo Swahili in un battibaleno, mette gli occhi su una vetusta quanto fatiscente struttura dismessa. E decide di organizzare un asilo per i bambini di Ikonda e dintorni (10 km circa). E decide che l’asilo deve dare una buona colazione (preziosissimo latte!). E un pranzo nutriente (riso o ugi, una polenta di mais bianco, verdura e almeno una manciata di legumi). E, una volta alla settimana, i bambini devono mangiare carne. E la retta deve essere un’inezia, che tutti possano venire. E l’ambiente deve essere accogliente e colorato, a misura di bambino. E un mezzo di trasporto per i più piccoli (quelli che ancora barcollano; dal momento che si sta ritti senza tentennare, in Africa si corre, da soli o in frotte!), altrimenti non potranno venire. E tre maestre, che devono bastare a tenere a bada, cucinare, sfamare, disciplinare, magari anche un minimo erudire, oltre cento creature, possibilmente evitando che si massacrino a vicenda, o inghiottano matite, o diano fuoco alla cucina. E una divisa allegra, magari anche calda: giallo e verde, viva la Tanzania!

Oggi, l’asilo accoglie e cresce circa 150 bambini; ha le divise, le aule allegre, anche se ancora manca un pavimento decente; le tre maestre sono state reclutate e sono contente di lavorare lì; le sorelle hanno allestito un fantastico orto, contrattato il contrattabile per avere fonti affidabili e sostenibili di latte, riso e quant’altro.

Suor Mimmina ha anche trovato il suo scuola-bus, con tanto di autista: un ragazzo affidabile, dotato di un bussino possibile, che per farle spendere poco di benzina fa a piedi i tragitti “vuoti” (porta i bambini, lascia bussino e bambini e riparte a piedi; ricompare all’ora più o meno giusta, riprende bussino e bambini).

Peccato però che dura poco: una sconsolata Suor Mimmina mi racconta qualche giorno fa che il ragazzo ė “scappato”. Dice proprio così: scappato, come fosse una cosa abituale, da queste parti. Alla mia faccia trasformata in punto interrogativo, mi spiega che si tratta in effetti di un’evenienza comune: l’aitante giovanotto ha avuto rapporti con una ragazza “promiscua” (è Suor Mimmina che parla); la ragazza è incinta e, dopo un attento vaglio patrimoniale, ha deciso che tra i suoi partner il padre deve essere lui (insomma, è il partito migliore).

A questo punto, o il ragazzo scappa, o la sposa, o viene massacrato dai parenti della ragazza. La consolo come posso. Suor Mimmina è una lottatrice, certo che si porta addosso un discreto fardello, far quadrare i conti è quasi impossibile, con l’inflazione e la continua penuria di beni di questo paese. Ha una piccola rete di sostenitori italiani, ma quanta fatica, lei e il suo piccolo esercito giallo e verde!

5 Segue

Ikonda 1: L’insegnamento della donna scricciolo

Ikonda 2: Quando una pisciata ha del miracoloso

Ikonda 3: Serpenti, morsi di donna e… iene

Ikonda 4:  Quel figlio gentile che accompagna il padre a morire

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