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I giovani annoiati e la roulette russa con l’HIV

La campagna di informazione più discriminante ma anche più efficace mai vista è quella che, nei primi anni Novanta, metteva in guardia contro il rischio di contrarre il virus HIV (il video alla fine dell’articolo). I meno giovani se la ricorderanno senz’altro: ragazzi in discoteca, persone al bar, coppie che si baciano e si abbracciano, uno con un alone viola intorno a indicare la sua condizione di sieropositivo. In mezzo un profilattico come barriera, affinché l’alone viola non si estendesse all’altro durante il rapporto sessuale, mentre se ne stava buono al suo posto durante tutte le altre interazioni. Messaggio chiaro: l’HIV non si prende se non con determinati comportamenti, fate attenzione. E allora di AIDS si moriva e tutti ne erano consapevoli, pur continuando sempre in troppi ad avere condotte irresponsabili.

Che cosa ne è stato di quella che negli anni Ottanta veniva chiamata la malattia del secolo, al pari del cancro? Intanto di AIDS si muore molto meno, nei sieropositivi l’HIV si tiene sotto controllo con terapie adeguate, fermo restando che dal 1981 a oggi la sindrome da immunodeficienza acquisita ha fatto oltre 35 milioni di vittime, nel mondo. Tuttavia la guardia si è abbassata. E si è abbassata parecchio, fin quasi all’inimmaginabile. Come ad esempio fare deliberatamente sesso (non protetto) con partner sieropositivi pescati sulle app di incontri.

A pochi giorni dalla Giornata mondiale contro l’AIDS, istituita per il 1° dicembre di ogni anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, un’inchiesta di Francesco Teodori per “Huffington Post”, dal titolo Sesso con partner affetti da Hiv? Si trova su Grindr. Viaggio nel rischio che eccita i giovani “più del viagra”, apre una finestra sconvolgente su questa “pratica”, diffusa soprattutto tra i giovani maschi, omosessuali.

Teodori ha parlato con un ragazzo di 20 anni, Marco (nome di fantasia), lo ha “incontrato” su Grindr, letteralmente macinino, una app in cui gli utenti (quasi esclusivamente maschi omosessuali) si incontrano e, attraverso un sistema basato sulla geo-localizzazione satellitare, possono rintracciarne altri, scegliendo quello che più gli interessa. Qui, tra le le varie categorie che identificano la “tipologia” della persona (“sportivo”, “discreto”, “bear”, ecc.), c’è quella “positivo” e serve a far sapere che chi si inserisce lì è sieropositivo. Spuntando quella categoria, il giornalista è stato contattato da un utente che gli ha chiesto di vedersi. «Forse si aspettava un altro tipo di incontro – scrive – ma sembra che chiacchierare gli faccia piacere e risponde volentieri alle mie domande. Lì inizia il suo sconvolgente racconto».

Ed ecco che salta fuori la motivazione di tanta avventatezza, tanta irresponsabilità verso se stessi e gli altri: l’eccitazione legata al rischio, la scossa di adrenalina. «Ma perché consideri così poco la tua vita?» chiede Teodori. «Non me ne importa molto. Si corrono dei rischi ma è il prezzo da pagare se ti vuoi sentire vivo. Come quelli che corrono in moto o si buttano con il bunjee jumping. L’adrenalina è come una droga, quando finisce ne vuoi sempre di più», risponde il ventenne. «Ma i ragazzi malati sono disponibili a questo? Non gli importa di poter contagiare qualcuno?», incalza il giornalista. «Dipende, alcuni quando li contatti, ti chiedono solo di poter fare amicizia, altri se ne fregano e vengono con te appena glielo chiedi. Semplicemente pensano “hai scelto tu di venire con me sapendo che sono malato, poi sono affari tuoi”. Un po’ li capisco, per loro è un modo per non sentirsi soli. Ci facciamo un favore a vicenda».

Noia, solitudine, l’ebrezza del pericolo come alternativa alla quotidianità delle giornate “normali”, degli incontri “normali”, accompagnata da una forma di autolesionismo e desiderio di morte, oltre a una visione distorta della sessualità e dei rapporti con gli altri.

«In quest’ottica, ed escludendo altri ragionamenti, il comportamento di Marco e di chi, come lui, gioca spudoratamente con la propria vita e quella altrui, è un’altra dimostrazione inequivocabile del fallimento della “rivoluzione sessuale”», spiega Gilberto Briani, psicologo e psicoterapeuta fiorentino, allievo di Alexander Lowen, che offre per TESSERE il proprio punto di vista su questo inquietante “fenomeno”.

«Negli anni Settanta – aggiunge – Eva Reich, figlia di Wilhelm Reich, teneva seminari rivolti ai giovani, organizzati dalla Provincia di Firenze in una villa della campagna fiorentina. Nello stupore generale ammoniva il gruppo sulle illusioni di una rivoluzione sessuale che, secondo lei, non avrebbe dato tutti quei risultati che invece suo padre dava per certi.

Successivamente, invece, Alexander Lowen, allievo di Reich, fondò e diffuse nel mondo l’analisi bioenergetica, che aveva riportato al centro la questione sessuale, con la sua problematica sottesa: il piacere. Lowen, negli ultimi anni di vita confessava che, secondo la sua profonda esperienza, il genere umano, maschio o femmina che fosse, aveva paura di provare “piacere”. E questo è il punto. Il piacere di cui parlava Lowen rappresentava il massimo della soddisfazione erotica, emozionale e psichica che l’uomo poteva provare in un coinvolgimento amoroso con un partner. Scriveva infatti in un prezioso libro dimenticato (Amore sesso e cuore, Astrolabio, 1988, ndr): “l’intensità del piacere o l’appagamento dell’orgasmo si accrescono con l’intimità, perché ci si può abbandonare più pienamente all’amore nella certezza di essere amati”. A questo mirava la sua proposta di rivoluzione sessuale!» spiega Briani.

Ma questa dimensione di amorosa intimità non è mai stata raggiunta e la libertà sessuale è diventata pura pornografia, che oggi coinvolge anche ragazzi in una età immatura per affrontare la propria e l’altrui sessualità. «I giovani annoiati e depressi di cui parla l’articolo di Teodori – , che cercano non un piacere profondo ma una scarica di adrenalina nel gioco erotico, sono proprio il segno del fallimento della rivoluzione sessuale, tanto sognata e auspicata da generazioni di ingenui maestri e allievi. Una sessualità felice, gioiosa per entrambi i partner.

Oggi – conclude – la diffusione abnorme della pornografia, facilitata dalla diffusione del web, ha allontanato i cuori delle persone dalla sessualità basata sul profondo rispetto per il partner, su quella dimensione amorosa che fa accogliere il corpo dell’altro come un “dono”, non come un meccanismo che facilita la propria libido e allontana dalla routine mortificante».

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