IL NUMERO

1,76

1,76 è la percentuale di figli per donna, secondo l’Istat, nel 2018. Questo indice è assegnato alla provincia autonoma di Bolzano che si conferma l’area più prolifica del paese. Una percentuale di poco inferiore è stata attribuita alle regioni settentrionali, quali Lombardia (1,38), Emilia-Romagna (1,37) e la provincia di Trento (1,50). In un panorama di grandi cambiamenti, dove inversioni di tendenze, capovolgimenti di valori e di pensieri si manifestano non solo nella penisola italiana, ma nel mondo, la decisione di affrontare la cura e l’allevamento dei figli è nettamente superiore al Nord, piuttosto che al Sud.

Altro dato interessante è il rapporto fra l’aumento dei tassi di fecondità e gli anni della donna. Il calendario della maternità è sempre più spostato in avanti, con un sempre maggior innalzamento dell’età della fertilità. Nelle età superiori ai 40 anni i tassi di fecondità continuano a salire fino a ottenere, con 90,5 figli per mille donne, un primato superiore rispetto a quello delle donne con meno di 20 anni. Le donne di 30-34 anni, a loro volta, confermano di avere la più alta propensione ad avere figli, primato stabilmente tenuto già dal 1998, che in precedenza spettava alle 25-29 enni.

Se l’aumento della fecondità per un tratto più esteso della vita riproduttiva di una donna è un dato di fatto, corroborato da ricerche statistiche e dall’osservazione dell’età anagrafica di chi spinge una carrozzina, questo solleva degli interrogativi. La scelta di posticipare la procreazione può essere legata ad una priorità data alla ricerca della stabilità lavorativa e del “bene-casa”, oppure è data da una maggior consapevolezza delle proprie scelte, dall’incontrare il partner che si ritiene più adatto? E infine, se il tempo biologico che si ha a disposizione fosse minore e quindi anche minore la possibilità di scegliere? Interessante lettura un numero statistico: propone l’analisi di una realtà, stimola interrogativi, sottende riflessioni.

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