MEMORIE VISIONI

Chi sono i sovversivi

Il concetto di "sovversivo" nella memoria di un anziano partigiano, che ha fatto la staffetta durante la Resistenza e che da quella lezione di vita ha imparato anche la prudenza nel giudicare gli altri
Il disegno è tratto da “Il Corriere della Sera”

Che cosa significa per me la parola sovversivo, anzi che cosa ha significato tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta, quando ero poco più che un bambino. C’era un sentire comune, allora secondo cui la popolazione  era divisa in due categorie. Da una parte i fascisti, una massa indistinta che tutta assieme costituiva la stragrande maggioranza della popolazione, comprendendo i più fanatici sostenitori fino a quelli più passivi, per arrivare ai più, che seguivano indifferenti le indicazioni del partito al potere. Dall’altra parte c’era una minoranza di non fascisti (il termine antifascista non veniva usato, almeno tra la gente comune) tra cui una piccola parte erano definiti i sovversivi.  Dal punto di vista sociale i più ricchi, e tra questi i proprietari terrieri, i dottori gli insegnanti ecc., appartenevano alla prima categoria, mentre una parte degli operai e i lavoratori delle campagne (non ho mai conosciuto un mezzadro fascista) appartenevano alla seconda categoria.

Mio padre faceva il mezzadro e faceva parte, ovviamente, della seconda categoria e, poiché era risaputo che era stato militante socialista, a volte veniva definito sovversivo. Ricordo che una volta, nell’intervallo tra la scuola mattutino e quella pomeridiana, mentre giocavamo tra amici di scuola, rientrò un ragazzo ancora piagnucolante con le gambe nude segnate da evidenti arrossamenti. Era ovvio che il babbo lo aveva picchiato e volli dire che il mio non lo aveva mai fatto. A questo punto un altro ragazzo ribatté perentorio «però il tuo Babbo è un sovversivo».

In quel momento questa affermazione mi fece molto male, perché la parola sovversivo veniva considerata contigua alla delinquenza. Chiesi spiegazioni anche a casa, ma ricevetti solo risposte vaghe e imbarazzate che non furono sufficienti a dissipare i miei dubbi, almeno finché non arrivai ad una età più matura.

Ricordai questo episodio quando, nei primi giorni del giugno 1944, un gruppo di giovani, per sfuggire ad una incursione di mezzi motorizzati tedeschi, fuggì dal paese per riparare a casa mia. Uno di questi non fece mistero che si erano rifugiati da noi perché sicuri che sarebbero stati ben accolti nella la casa di un sovversivo.

Chi ci rimise fu l’ultimo agnello rimasto delle nascite di primavera che in breve tempo venne macellato e servito a tavola. Più tardi, tutti assieme, andammo a nasconderci nella macchia per evitare brutte sorprese nella notte. In quell’occasione dovetti ammettere che mi ero sbagliato a considerare il cosiddetto ceto medio tutto fascista, perché in quel gruppo c’erano anche i figli del dottore e di un’insegnante. Questa cosa mi è servita, per tutta la vita, per essere più cauto nel dare un giudizio sulle persone.