LA PAROLA

Barroccio

Giovanni Fattori, Il barroccio

Non l’avete proprio conosciuto! Non fa una piega l’origine, universalmente accettata, secondo la quale il termine barroccio o, in alcune regioni birroccio, nasce dal latino birotium o bi-roteus, ovvero un mezzo di trasporto a due ruote. Ma non si può accettare il riduttivo sinonimo carretto o peggio l’evoluzione nel più nobile calesse. Ma quando mai!

Il barroccio è stato per anni – e di certo per gran parte del secolo scorso – la perfetta sintesi tra l’uomo, povero e rotto a ogni fatica, il cavallo, con cui divideva gli sforzi e le preoccupazioni, e un cassone quasi sempre di robusta quercia, sollevato da terra da due ruote di legno tenute insieme con pochi resistenti raggi. La seconda casa per l’uomo, l’appendice fisica del cavallo.

L’animale non era un animale, era “Folgore”, anche quando viaggiava lento e stanco, era “Storna” quando qualcuno aveva sentito parlare del Pascoli, era “Intrepido” sebbene scalciasse perfino alla vista di un topolino. Il barrocciaio non gli lesinava la biada neanche quando la sua tavola era più povera di sempre.

Non ho mai dimenticato la notte in cui mia nonna trascorse ore a far vento con un cencio a “Robusto”, il cavallo che tanto robusto non era. Era accaduto che, nel pomeriggio, in uno dei viaggi dalla cava ai cantieri del paese, mio nonno avesse abbondato nel carico delle pietre, confidando nella forza di Robusto. Nella ripida discesa, l’animale ce la mise tutta per reggere il peso ma alla fine dovette cedere e venne travolto: mio nonno, col carico, si ritrovò in testa, il cavallo malconcio fu trascinato in coda. Non ci fu il costoso veterinario per Robusto ma solo un po’ di vento per alleviargli i bollori e i dolori e per sperare che si riprendesse e che, in un attimo, tutto il capitale della ditta non fosse andato perso.

Conosco storie di altri cenci sventolati sul muso di cavalli da tiro rotolati nel greto del torrente Cornia, in provincia di Livorno, durante i viaggi per caricare i ciottoli del fiume. In una cronaca locale del Comune di Montopoli Valdarno (Pi) ho letto che l’ultimo barrocciaio, Gino Fogli, smise quando arrivarono i camion. Si chiamavano “Leoncini” quei nuovi mezzi di trasporto. E si sa: un cavallo con un leone, sia pure “ino”, non riesce a spuntarla.

Fu la sorte di tanti “Gino Fogli”, sparsi ovunque. A loro è toccato poco onore, molta fatica e scarsi riconoscimenti per un’opera che ha contributo, per anni e anni, a costruire un paese e a renderlo più moderno.

Fa piacere sapere che nel paese di Gino, la frazione di Capanne, a maggio del prossimo anno ci sarà un “palio dei barrocci”. Sarà anche un momento per ricordare e magari tardivamente per ringraziare. E fa ancora più piacere che a Filottrano, in provincia di Ancora, qualcuno abbia assunto l’iniziava di aprire il Museo del birroccio, che riunisce duecento pezzi datati tra il 1888 ed il 1951.

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