DAILY LA PAROLA

Cìrculacquestri

Nel secolo scorso, l'arrivo in paese di piccole compagnie circensi e la permanenza  di un circo equestre era per tutti, ma in particolare per i bambini, il preludio ad una festa

Veniva una volta, per non dire “c’era una volta” nei paesi etnei, il cìrculacquestri. Difficile pronunciare questa antica parola siciliana, composta da cìrculu (circolo) e da acquestri (equestre), derivanti entrambe dal latino. Le nuove generazioni preferiscono usare circuacquestri, sintetizzata ancora di più in circu (circo).

Nel secolo scorso, l’arrivo in paese di piccole compagnie circensi e la permanenza  du cìrculacquestri (del circo), era per tutti, ma in particolare per i bambini, il preludio ad una festa. Il rituale iniziava qualche giorno prima con l’affissione dei manifesti dappertutto, anche nelle contrade e nei borghi vicini. Il nome del circo, stampato a caratteri cubitali, trionfava sopra le criniere dei leoni e le fauci spalancate delle tigri che dopo la partenza sbiadivano al sole e brandelli digrignati di denti, scollati dalle intemperie, per mesi azzannavano i licheni sui muri di lava ad ogni soffio di vento.

In quei giorni, gli artisti facevano di tutto: operai, stallieri, meccanici, per poi esibirsi al pubblico la sera, nella pista circolare sotto il tendone. Lo stesso, che a vederlo montare sui tralicci imbandierati, era già uno spettacolo, come pure, le manovre della carovana per accamparsi ‘ncìrculu nello spiazzo concesso dal comune, a volte fangoso e impraticabile, dove sistemavano le gabbie del piccolo zoo itinerante.

I clown, dal malinconico sorriso sulle facce sbiancate, strombazzavano per i vicoli e le piazze. All’uscita della scuola distribuivano biglietti omaggio ai più piccoli e in casa si ripeteva il solito clichè: «Ma’ oh ma’, talìa ‘n buffùni chi mi rialàu. Ci iemmu stasira o cìrculacquestri? (Mamma oh mamma, guarda un pagliaccio cosa mi ha regalato. Andiamo stasera al circo?)». «No sàcciu, a to’ patri ci l’ha diri! Ma primma ta fari i cosi i scola! (Non lo so, a tuo padre devi dirlo! Ma prima ti devi fare i compiti!)».
Guai a non chiedere al pater familias, ma già la mamma aveva deciso di «sì» e per le poltroncine in prima fila, cu ‘ncòppu i càlia (con un cartoccio di càlia) dentro la borsetta, da sgranocchiare tutta la famiglia assieme alle scimmiette nello zoo.

Il presentatore, in livrea rossa dagli alamari dorati, annunciava numeri strabilianti di giocolieri, di acrobati e di funamboli internazionali. Al rullo interrotto del tamburo, il silenzio esaltava il coraggio dei domatori, incrociava l’esile fruscìo dei voli dal trapezio e l’abilità degli equilibristi sospesi sulla fune, senza alito d’aria.

Ora i cìrculacquestri stazionano nelle grandi città per pochi giorni. Nei paesi qualche locandina segnala le date e l’ora degli spettacoli. Caparbiamente, nonostante i tagli ai finanziamenti governativi per le attività circensi, alcune storiche famiglie resistono e sfidano l’azione dei movimenti animalisti. Crescono le proteste contro lo sfruttamento degli animali nei circhi e le richieste di leggi, più severe, per toglierli definitivamente, come già avvenuto in altre nazioni.

Richieste condivise, stando alle recenti statistiche, dalla maggioranza degli italiani che apprezzano sempre di più gli spettacoli senza l’uso degli animali ammaestrati. Non è un caso che nel mondo, ormai da anni, prosperano in tal senso le scuole di circo, dove si formano nuove compagnie di saltimbanchi, sull’esempio dell’affascinante e prestigioso “Cirque du Soleil”, per continuare a sognare, grandi e piccini, senza il tormento dei feroci ruggiti.
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