CRITICA MOSTRE

Friends: la realtà e le sue forme

Friends: una grande mostra collettiva a Venezia, negli spazi dell’Arsenale, narra del rapporto controverso, ma ineludibile, tra l’uomo e il suo ambiente.

Il giardino di Spazio Thetis, all’interno dell’Arsenale storico di Venezia, è una splendida sorpresa: pioppi e robinie, oleandri, bagolari, cespugli di rosmarino, allori sempreverdi, ligustri, cedri del Libano, querce. Da lì, il percorso nell’erba conduce alle architetture in mattoni rossi dell’Arsenale Novissimo, sede di uffici, laboratori ed esposizioni d’arte. Era il 1997 quando – in questo paradiso affacciato sulla laguna – nacque Thetis, il polo dedicato alle tecnologie del mare, a cui si diede il nome della Nereide madre di Achille. L’idea iniziale era quella della tesi di laurea dell’architetto Antonietta Grandesso, oggi responsabile degli Eventi culturali e mostre: un progetto di riutilizzo scientifico, ma non solo, di quello che è considerato ancor oggi uno dei maggiori esempi di fabbrica navale accentrata. Thetis, nei decenni, ha sviluppato specifiche esperienze nel campo dello sviluppo sostenibile e dell’ingegneria ambientale, e lo ha fatto operando nella laguna di Venezia, che ha la specificità di aver mantenuto – unico sistema socioeconomico e naturale – la sua identità nel cambiamento. Qui si realizzano, oltre a servizi multidisciplinari d’ingegneria, soluzioni per l’adattamento ai mutamenti climatici, applicate ad ambienti complessi come le aree urbane, i laghi, le lagune, le zone fluviali e costiere. Parola d’ordine: un approccio «building with nature», che poi significa attenzione al territorio, rigenerazione degli edifici, bonifica dei siti inquinati e sostenibilità energetica. Come tutto questo si sposi alla produzione e alla divulgazione artistica, è faccenda sottile, ma profonda.
La chiave è il contemporaneo, anzi le opportunità di ricerca e sperimentazione che il contemporaneo può offrire. Così come Thetis concepisce e mette in pratica, fin dalla sua nascita, nuovi processi progettuali e tecnologici, allo stesso modo l’arte contemporanea – con la sua ricerca sulla realtà – si fa spesso anticipatrice delle tendenze e dei cambiamenti sociali e culturali. Assieme, tecnologia e proposta artistica invitano ad osservare la realtà da più punti di vista, il che significa anche tenere in considerazione nozioni apparentemente contraddittorie o incompatibili. Questione di libertà, e di dialogo.

Tuttavia, la mostra Friends, da poco aperta alla Spazio Thetis fino al 24 novembre di quest’anno, offre ulteriori spunti di riflessione: artisti, curatori, galleristi accomunati in un’alchimia difficilmente realizzabile hanno deciso di offrire a pubblico e critica un percorso plurimo sul rapporto naturale-artificiale, passato-futuro, morte e rinascita, ma lo hanno fatto senza un tema assegnato, ciascuno secondo la propria sensibilità. I protagonisti di Friends, amici per davvero (ed è questo l’unico motivo unificante dell’esposizione), hanno accompagnato con i propri lavori la storia più che ventennale dello Spazio e sono stati invitati quest’anno a condividere con nuove opere l’area del grande giardino. I segni, tangibili, della stima e della volontà creativa sono già disseminati nella collezione permanente, che comprende – fra gli altri – il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, quel segno dell’infinito e dell’interpolazione tra mondi divenuto, nel tempo, il miglior auspicio di pace; le Sentinelle di Beverly Pepper, totem iconici nel piazzale a vigilare sulla città d’acqua; L’uomo che misura le nuvole del belga Jan Fabre, in cima ad un tetto, tutto proteso verso il cielo. Nel “luogo del possibile”, l’interpretazione che i ventisei artisti offrono della realtà e delle categorie di pensiero esistenti è interessante e significativa. Provenendo da percorsi e tecniche diverse, i Friends mettono a punto un quadro critico talmente fantasioso ed empatico da apparire a tratti ottimista.

Omar Ronda

L’elemento cardine dell’intera esposizione appare quello del laboratorio, dell’opera che si fa nel contesto e si pone in relazione con le altre. In epoca di vernici ingessate, di stentoree attribuzioni di valore economico, l’entusiasmo di Grandesso&Friends è contagioso. Commuove un po’ tutti l’arrivo in barca dell’Octopus di Omar Ronda, presenza concordata con la moglie dell’artista (scomparso nel 2017): un polpo gigante di color rosso vermiglio, realizzato in polistirolo, resine e pigmenti. Un gioco serio, clone contemporaneo di denuncia, adagiato sull’erba e circondato da Kimere, anch’esse colorate. L’attenzione ai temi ambientali, l’immersione nel naturale o la sua negazione caratterizzano molti dei lavori in mostra: due opere di Ivan Barlafante, Perché sono io e Cuore bianco, sono installazioni in cui l’elemento di natura – pur visivamente individuato – moltiplica di continuo la propria immagine; Skultoflower-Maliumbas Ball di Stefano Bressani offre un fiore sull’acqua, indistruttibile, dalla corolla idrorepellente. Olimpia Biasi elabora la sua Velma affiorata in chiave cromatica, con quella leggerezza che assottiglia la materia fino ad adagiarla come un velo, mentre Claudia Buttignol, con Mater, fa germinare semi su un vestito di tele assemblate. Zachari Logan, canadese, artista di tratti arborei in cui la vegetazione prende spesso il posto delle carni, nel suo Pool 2 After Mary Delany mima l’artificio della “natura perfetta” nei Paper Mosaiks della settecentesca Delany, fino a farne quinta di palco, o vessillo. Sarah Revoltella, invece, con cinquecento piante di bosso disposte nel giardino, realizza un Labirinto per gatti, legato all’idea che l’artista agisca come trama d’ascolto nei confronti del mondo che lo circonda. Vitantonio Russo, con l’opera Beyond the global, ribadisce che «La Natura è un unico grande puzzle economico»: al centro dell’installazione, concepita come un cenacolo tra gli alberi, una cassaforte interrata nel 2008 con campioni sottovuoto di grano. Mauro Sambo, artista multiforme e polistrumentista, propone Senza titolo (Hiroshima), in piombo, erba e fiori, lasciando che la vegetazione invada l’impronta deteriorata delle grandi tragedie nucleari, fino a trovare una forma di riappropriazione e celebrazione del vivente. Dal canto suo, Matilde Sambo, in Cantus ab aestu, installa venti cicale in ottone su uno degli alberi del parco. Per riprodurle, l’artista ha utilizzato le mute degli insetti, raccolte negli anni, e le ha usate come stampo: il tema del limite tra uno stato di natura e un altro, artificiale, si esplica in tutta la sua complessità. Stefano Zaratin, con Infiorescenza Animale, crea un ibrido, una pianta abitata dagli insetti, forse, o dei favi a cui si sia abbarbicato un organismo vegetale.

Altri artisti in Friends hanno rivolto la propria attenzione alla condizione umana e alle sue crisi: crollo o trasformazione dell’identità, trasmutazione genetica, iperconnotazione. C’è chi, come Marco Agostinelli, assembla legni, fasciami, vernici da vecchie gondole per creare il monumentale The Birdman, alto più di tre metri. Oppure, in Friendship Spire_aSpire_inSpire, Mark Aspinall progetta una struttura frattale, in cui ogni elemento si pone come un segmento di DNA. Roberto Cannata realizza con Il Saettatore, composto da elementi di riciclo, un totem guardiano a difesa del mondo.

Sono presenti anche opere di scultura pura, come Nereide e Driade di Paolo Frascati e Forma di David Marinotto: la traccia stessa delle opere, ancora antropomorfe o riferite all’orizzonte del paesaggio, racconta anch’essa dell’uomo e del suo vivere nel tempo, della difformità e della fatica. Sempre d’intervento umano, in uno specchio simbolico che somma installazione ad installazione, tratta Trans-Mission (Urban ecology) di Shuck One, opera realizzata nelle ore della vernice. L’artista, inventore del “graffic artism”, ripropone con i suoi acrilici la forza dirompente dei graffiti urbani. Nel caso di Journey di Giuseppe Pulvirenti, la scultura evita ogni ingombro monumentale e si fa spazio, anzi sua misura, mentre Gianmaria Potenza offre a Friends un Cavallo rosso con puledro nero in acciaio verniciato a fuoco, inconfondibile per la stilizzazione estrema e i fondamentali segni geometrici. Joseph Rossi, conosciuto anche come grafico, si affida in NE/ON NE/OFF ad un’installazione concettuale sulla valenza del femminile, e Maurizio Collini, con Allow the Growth, porta avanti il proprio messaggio a contatto con il pubblico, tra immagini digitali e video. Diverso l’approccio di Lorenzo Marini che, in Alphatype, ribalta il paradigma artistico del cubo bianco: il risultato è una poderosa critica al bersagliamento mediatico.

L’uomo che misura le nuvole

Ancora quattro artiste, che trasfigurano l’immagine dell’umano nelle sue componenti oggettive, o negli strumenti del suo passaggio. La visione traforata, ottenuta perforando la tela della norvegese Anne-Karin Furunes, intitolata Svalbard, no [12.90093, 78.92104, 0], consente alla luce di restituire una dimensione plastica al ricordo. Invece Ivana Galli, nell’installazione Polvere alla polvere – Nessuna parola (è) inutile, racconta di un materiale scultoreo organico, che trattiene in sé la vita – lacrime, saliva, memorie di dolore e di gioia – di chi l’ha creato. Cristina Treppo, a sua volta, guarda al residuo dell’uso consueto, intitolando la sua opera Deposito: vasi su una tavola, cemento, ferro, materie pigmentate e ossidate. Perché se è vera la concretizzazione dell’immaginario nell’opera d’arte, può essere vero anche il suo contrario: un’anima dolorosa e pittorica, nascosta nel reale. Infine, Claudia Steiner crea con Il tempo verticale e Il flusso di tempo, un’opera tangibile di nostalgia, sedimentazione del dettaglio, infinita variazione – affettiva ed estetica – di ciò che resta: una lunga panca-contenitore affacciata sul piazzale, di fronte alle Columns di Beverly Pepper. Una griglia che fa intravvedere improbabili inventari di piccoli oggetti e – a coprire – azzurre onde sulla tela di una vela da barca. Ci si può sedere in tanti, sulla sua opera, e sentirsi a casa, tra amici.