RACCONTI ZIBALDONE

Giorni perduti

Un bambino americano e una bambina inglese si incontrano e fanno amicizia, durante una vacanza sul litorale pisano. In mezzo la difficile comunicazione delle rispettive famiglie

1

La bambina indossava una camicia rossa, un po’ larga, pantaloncini arancioni e sandali di plastica blu. Stava rovistando nella battigia con una paletta, mettendo rare conchiglie e sassi interessanti in un sacchettino, con cura. Era tondotta, paffuta ma non grassa, con grandi occhi espressivi dalle pupille scure, capelli crespi e scurissimi, leggermente lunghi ma spiaccicati sulla testa in piccole trecce, un nasino a patata, la bocca larga e pelle color cioccolato scuro.
Un bambino un po’ pallido, magro, con i capelli biondo chiari, il volto quadrato dal mento un po’ sporgente e freddi occhi grigio–blu, interruppe il proprio cammino poco distante da lei. Vestiva una salopette di jeans e una maglietta blu a righe e aveva i piedi scalzi. Portava con sé una piccola tracolla.
Si mise a fissare torvo la bambina che stava raccogliendo quei piccoli oggetti sepolti nella sabbia.
Lei alzò un attimo lo sguardo, sentendosi osservata e rialzandosi lo salutò: – Oh, salve! Come va?
– Cosa stai facendo? – rispose il bambino diffidente, guardando il secchiello della bambina.
– Ah, devi sapere… – lei agitò la paletta, sorridente – sto compiendo un rilievo archeologico della spiaggia. Queste conchiglie sono molto belle, e se ho fatto bene i calcoli, dopo 999 conchiglie, comunque ottimi reperti, troverò un autentico pezzo etrusco!
Il bambino alzò un sopracciglio: – E come sei giunta a questa conclusione?
Lei si puntò un dito alla tempia: – Metodo scientifico!
– Ah.
– Mi chiamo Alex, piacere di conoscerti!
La bambina mise la paletta nel secchio e tese una mano verso il bambino; lui, senza più diffidenza, rispose alla stretta malgrado la sabbia rimasta sulle mani della bambina.
– Io mi chiamo Markus – disse.
– Sono qui in vacanza con la mia famiglia e sono arrivata l’altro giorno. I miei stanno a quell’ombrellone laggiù ora e la sera stiamo in una casina in affitto ad un isolato da qua, lungo la strada. Anche tu parli inglese? Da dove vieni?
– Stati Uniti, la mia famiglia è del Minnesota.
– Oh, io vengo dal Regno Unito. Anche voi siete in vacanza?
Lui sospirò mettendosi le mani nelle tasche della salopette – Si, ma mi sto annoiando tanto e ora i miei genitori, che sono a quell’ombrellone là, mi verranno a sgridare se mi allontano troppo.
– Allora rimani qui, no? Così puoi aiutarmi con la sabbia e i tuoi ti possono vedere!
Lei gli porse il secchiello. Lui la guardò di sbieco.
– Io non sono un archeologo.
– Fa niente, puoi sempre parlare con me mentre scavo!
Le onde si dissolvevano con una lentezza quasi irreale, spinte verso la terraferma da un vento leggero.
All’orizzonte non c’erano nuvole e il Sole sostava placido poco sopra l’orizzonte, avviato a spegnersi sulla via del tramonto.
Il bimbo biondo, seduto a gambe incrociate, fissava la bambina nera che faceva una cernita dei reperti raccolti nel suo secchiello: con un certo pragmatismo, lei stava eliminando quelli non soddisfacenti ai suoi occhi, buttandoli di nuovo nella sabbia.
– Sei sicura di volerli rimettere nella sabbia? – obiettò lui.
– Posso sempre raccattarli dopo – fece spallucce lei.
– E se poi non li ritrovi?
– Secondo me se cerchi con attenzione qualcosa lo ritrovi sempre! –
– Ma l’acqua li poterà via, o la sabbia li coprirà per sempre…– ribatté mogio lui.
Lei lo guardò contrariata.
– Ti sto antipatica?
– Non ti conosco neanche.
Rimasero un attimo in silenzio, guardandosi in cagnesco entrambi.
Poi lei strinse gli occhi.
– Perché stai facendo quella faccia strana? – chiese lui, incerto, piegando il capo all’indietro.
Lei sogghignò.
– Sei buffo. Per quanto tempo rimarrai qua?
– Staremo in vacanza tre settimane, siamo a Bibbona.
– Oh, anche noi! Intendo: io e la mia famiglia… siamo io, mio padre, mia madre e mio zio, che è il fratello di mio padre ed era ufficiale di alto rango nell’esercito prima di perdere una gamba… ha fatto la guerra delle Falkland!
– Come mai hanno fatto una guerra alle Falkland?
– Non lo so. – lei fece di nuovo spallucce – Però sembra che tutti debbano farsi la guerra, spesso… secondo te perché?
– Forse perché è divertente. – osservò lui e, aguzzando gli occhi, mimò con gli indici delle due mani la canna di un fucile in detonazione: – Pam! E il tuo nemico non si muove più.
– Mi sa che hai ragione! Forse fare la guerra è divertente, dopo tutto… – mormorò lei, grattando via con le unghie un po’ di calcare da una conchiglia affusolata – Però io non vorrei mai essere un soldato.
Come si dice quando uno combatte ma non è un soldato?
– Non lo so. Esiste una cosa del genere? – ribatté lui.
– Certo, un ladro o un bandito combattono, ma non sono soldati no? – fece lei.
– Hai ragione. Quanti anni hai, Alex?
– Io quasi nove.
– E te, Markus?
Lui, dopo un attimo di esitazione, guardando davanti a sé rispose:
– Sette.
– Oh, sono più grande di te! – gongolò lei ad alta voce, mentre lui incrociava le braccia incupito.
– Alex, vieni qua fra un minuto! – richiamò una voce femminile apprensiva in lontananza.
– Oh, mia mamma mi chiama… credo che potrò tornare a giocare fra cinque minuti.
– Vuoi che ti tenga il secchiello mentre sei via?
– Oh, grazie!
Lei si alzò e poi corse via un po’ goffa verso lo stabilimento balneare.
Intanto, un omone nerboruto e biondo, con una folta barba e il mento squadrato, giubbotto e pantaloni di jeans su una canottiera bianca, si avvicinò al bambino.
– Markus, quei giocattoli non sono tuoi.
– Papà, ho incontrato una bambina.
– Avete fatto amicizia?
– Non lo so, però glieli sto conservando un attimo mentre lei è via.
– Bravo ragazzo.

2

Nell’appartamento la famiglia Smith stava facendo colazione: un uomo allampanato, slavato e rossiccio come un inglese da vignetta, si versava il caffè scambiando qualche parola secca ed eccitata con una donna castana, dall’aspetto un po’ dimesso ma dagli occhi vivaci.
Dall’altra parte del tavolo, un uomo rassomigliante all’altro, ma grasso e dal volto rugoso e una bambina di colore, ovvero Alex, li osservavano e ascoltavano in silenzio.
– Credo proprio che potremmo andare a Pisa, così potremmo vedere il campo dei miracoli… – fece il primo uomo, il signor Smith.
– Abbiamo già preparato i soldi per una gita fuori porta, in ogni caso. – aggiunse la donna, spalmandosi della marmellata su pane di cassetta – Potremmo farla questo fine settimana! –
– Ah! – gracchiò l’uomo grasso – possiamo goderci questo litorale per almeno una settimana intera? Voglio rilassarmi, poi penserò ad andare a vedere quella cittadina, vi ricordo che io ho già visto mezz’Italia negli anni ’70…dovreste prendere esempio dalla vostra figliola, lei non ha pensato che a rilassarsi fin dal primo momento, eh eh…! – si scambiò il cinque con la bambina – Passi un’altra giornata in spiaggia oggi, “Asso”?
– Si, ho detto a quel bambino biondo che avremmo giocato insieme e poi saremmo andati a vedere il boschetto fuori dalla spiaggia!
– Brava Asso! – rise lo zio.
– Ma questo bambino americano, non potremmo conoscere un attimo la sua famiglia? – mormorò la madre, poggiano la propria fetta sul piatto – Vorrei parlarci.
– Cara, potremmo incrociarli in mattinata, se sono al nostro stesso bagno. – aggiunse il marito.
– Vengo anche io, da come me ne ha parlato la figliola mi sembrano tipi in gamba, scommetto che il babbo è un militare. – commentò lo zio grasso, e poi si rivolse di nuovo alla bambina – Hai preparato il fucile, a proposito?
Alex Smith indicò un fucile di plastica appoggiato alla parete della casina in affitto, i denti bianchi scoperti in un sorriso da piccola canaglia.
– È tassativo che tu torni alle tredici al bancone del bar della spiaggia, capito? – mormorò il signor Skarsgard, padre di Markus, preparandosi un toast con burro di acciughe.
Suo figlio ascoltava in silenzio, accigliato, mentre dall’altra parte del tavolo una donna di aspetto piacevole e florido, bionda, discuteva animatamente con una ragazza giovane, simile a lei nei tratti ma con capelli lunghi e corvini.
Sorridevano, prese dalla loro conversazione.
– Si, papà.
– Poi verrò a vedere chi sono i genitori di questa bambina.
– Ma insomma, caro – fece la donna bionda – lascialo un po’ divertire, è la prima volta che lui si fa un amico quando andiamo in vacanza…
– Può essere scomodo farsi amici che si è costretti a lasciare.
Questa bambina sarebbe inglese…
– Ma Papà, sembra contento! – intervenne la ragazza – lascialo divertire.
– Markus deve sempre tenere a mente che se rischia di bocciare un’altra volta in letteratura e storia, la prossima estate non potrà divertirsi. – sentenziò torvo l’uomo, versandosi caffè nero in un bicchiere.
– Caro, non gli hai mai fatto i complimenti tranne che una volta per le A+ in matematica e scienze naturali in pagella…– lo rimproverò sconsolata la consorte.
Alex e Markus stavano osservando un albero marcio e sradicato il cui tronco sovrastava un piccolo corso d’acqua sporca che sfociava nel mare a venti metri; la loro passeggiata li aveva portati ai confini della spiaggia supervisionata dello stabilimento.
– Pensi che possiamo usarlo per attraversare il fiume? – chiese lei.
– Forse sì, ma rischiamo di cadere.
In ogni caso mettere i piedi nell’acqua mi sembra una brutta idea…– rispose lui guardando preoccupato l’acqua melmosa
– Già…– lei rimestò la punta di un ramo nell’acqua, in circoli – dovevamo portarci degli stivali!
– Sulla spiaggia?
– Beh, ci sarebbero serviti per attraversare questo fiume!
Si arrampicarono sul tronco, piano piano, e lo attraversarono.
Lei avanzò in piedi, sgambettando baldanzosamente, mentre lui gattonò cautamente piegato sulle ginocchia.
– Ecco, abbiamo…oh! – Alex inciampò un sandalo in un ramo sporgente dal tronco morto, ma fu fermata subito da Markus, che la afferrò saldamente per le spalle.
Lei tirò un sospiro di sollievo, ed entrambe scesero dal tronco con attenzione.
– Beh, mi hai salvata! – esclamò lei, mettendosi le mani sui fianchi.
– È quello che fanno due compagni di plotone. – rispose lui a bassa voce, con un sorriso lieve.
Lei grugnì – Adesso siamo soldati? No, non ho voglia…piuttosto, facciamo ancora gli esploratori.
Secondo te cosa c’è dietro quel boschetto!?
– Non lo so, scopriamolo. – mormorò lui, affiancandosi a lei.
Aggirarono gli alberi, e trovarono solo altra sabbia, con qualche ciuffo d’erba qua e là; assolutamente nulla degno di nota.
Lei si chinò su un pezzo di legno marcio e lo rovesciò.
– Perché tocchi quella roba? – chiese lui.
– Dopo 9999 pezzi di legno, l’ultimo che capita è un fossile!
Lui si grattò la testa – Senti lo so che non sono ancora avanti a scuola come te, ma la matematica non funziona così.
All’improvviso, un sasso si abbatte’ ai piedi del ragazzino.
I due si voltarono e capirono che la pietra era stata scagliata da un altro bambino, olivastro, dai capelli neri e corti, con un sorriso sghembo e sinistro, vestito con bermuda e camiciola.
– Cosa fate qui? Non potete venire qui! – blaterò lui.
– Eh? Non capisco, non capiamo l’italiano…– la bambina cominciò ad agitare le mani – Linguini, Leopardi…! Mi capisci?
– Come cacchio parli? Che accento hai? Non siete italiani?
– Non sei italiano neanche te, a quanto pare…– mormorò cupamente il bambino biondo– sei troppo scuro…
–Anche tu parli l’italiano male, bambino biondo.
Di dove sei, forse americano…? Io sono zingaro, della famiglia Razzi, e adesso…! – l’aggressore fece a lanciare un altro sasso, ma Alex lo anticipò spedendogli in faccia uno dei legni che stava rimestando, con precisione sorprendente.
Il bambino barcollò, strabuzzò gli occhi e si massaggiò la fronte arrossata dalla botta – stupida…stupida! Adesso ti rovino…! – fece per lanciarsi contro di loro, ma i due si avvicinarono allo sfidante, che era comunque più basso e gracile di loro; oltretutto, Alex gli puntò contro il fucile giocattolo.
Questi ebbe una sorta di tremolio e girò i tacchi, per poi correre via.
– Credi che tornerà? – chiese lui.
– Magari non se lo ricorderà o magari avrà troppa paura.– sentenziò lei soddisfatta– comunque, facciamo paura insieme io e te, eh?
– Uhm…tu hai degli occhi un po’ strani. – rispose Markus con un ghigno cupo.
– Ah! Gli occhi di un predatore! – gracchiò lei, e si ripiegò sui pezzi di legno marcio a terra.

Quel pomeriggio i due se ne stettero in una sorta di gazebo di legno bianco consumato dalla salsedine, intenti a distribuirsi alcuni balocchi che lei aveva portato in uno zainetto colo scopo di iniziare un gioco in comune.
– Allora, questi animali andranno all’avventura nel grande continente oltre il mare! – proclamò Alex.
Lui aggrottò lo sguardo –Per quale motivo?
– Per scoprire…– lei si fermò un attimo, aggrottando le sopracciglia – i tesori segreti!
– Ho capito.
Forse.
– Io sarò il dinosauro con il cappello da cowboy…– lei tirò fuori una sorta di tirannosauro di plastica, che aveva sistemato sulla testa un cappellino preso da un pupazzetto probabilmente più piccolo– e tu sarai questo cane col cappello da poliziotto– poggiò davanti al bambino un pastore tedesco di plastica, piazzandogli sulla testa un cappello blu probabilmente originario di un infausta linea di imitatori malriusciti dei blocchi di costruzioni.
– No, non voglio essere il cane, perché devo essere l’animale più piccolo? – brontolò lui, allontanando il giocattolino.
– Perché è il compagno di avventure del dinosauro e porta le notizie da un villaggio all’altro…
– No, voglio essere un’altra cosa, che palle, che cos’è quello? – borbottò lui per poi puntare col dito un altro balocco nello zaino di Alex.
– È un fuoristrada.
– Allora sarò il fuoristrada guerriero, con i lanciarazzi montati sotto i fari.
– Questo fuoristrada non ha lanciarazzi! Ti concedo un lanciafiamme, ma nulla di più.
Lo sguardo di Markus cadde casualmente più in là, verso la spiaggia alle spalle di Alex; il bambino aggressivo, con a fianco uno spilungone dai tratti facciali rassomiglianti, li stava fissando con aria sdegnata.
– È il bambino di stamani. – mormorò lui.
Lei si girò, e scoprì i denti con espressione imbarazzata.
– Hm, c’è un tizio con lui, forse un fratello o un amico… li picchiamo? – chiese lei.
– Rimaniamo qui, vediamo se si avvicinano. – mormorò Markus.
Passò un minuto, e gli intrusi continuarono a fissarli con aria ostile.
Alex prese il fucile giocattolo, appoggiato sulla panca, e lo tirò su appoggiandolo allo schienale del gazebo, mettendolo bene in vista come se fosse in posizione di tiro.
I due bambini mori si allontanarono.
– Non hanno avuto il fegato. – osservò lei, sprezzante.
– Sai, per colonizzare una frontiera, non ci vogliono solo postini o esploratori…– mormorò lui – ci vogliono dei soldati per proteggere i coloni dai nemici.
– Hm…– pensò lei– sai, mi sa che hai ragione, ma non mi piacciono i soldati.
– Non ti credo, tu oggi ti sei comportata come un soldato.
– E come sarebbe?
– Sei stata paziente, non sei andata nel panico mentre cadevi, e poi hai reagito subito per mandare via quel bambino stupido.
Hai avuto disciplina e coraggio.
– Tu vieni da una famiglia di soldati?
– Mio padre faceva il marinaio e mio nonno era nei marines.
– Eh, mio zio ha fatto il soldato: un tipo fico, mi porta a giro in montagna a sparare.
Senza di lui posso usare solo questo giocattolo!
– Un giorno sicuramente sarai un soldato anche te. – commentò lui con un sorriso vagamente triste.
Lei stronfiò.
– Te per ora farai il portalettere, comunque!

3

Tre giorni dopo, si tenne una festa organizzata dai gestori dello stabilimento balneare, con tanto di improvvisata grigliata di scarsa qualità.
Diversi turisti residenti nella zona parteciparono rimediando porzioni di bistecca di terz’ordine su piatti di plastica cartonata; piccolo–borghesi italiani e medio–borghesi stranieri provavano a comunicare fra di loro, con alterne fortune.
Qualcuno provò a mettere una radio ad alto volume, ma dovette censurare subito l’ultimo successo fuori tempo massimo di Britney Spears alle orecchie di quel pubblico sensibile, ripiegando saggiamente su una audiocassetta degli Abba.
Alex stava preparandosi dei wurstel con troppo ketchup accanto alla madre, intenta a servirsi una insalata; poco più in là, inseriti in un gruppetto di americani, Markus e sua sorella bevevano da due bicchieri di aranciata, ascoltando nel frattempo le chiacchiere degli adulti senza capirne troppo.
Il bambino levò lo sguardo a lato, muto e annoiato, e scorse Alex. Incrociarono lo sguardo, e lei gli sorrise.
Lei poi masticò in fretta i wurstel.
– Mamma, posso allontanarmi un attimo?
– Ma cara, dove…ah ho capito, vuoi andare da quel bambino americano?
– Si, posso?
– Basta che rimani dove ti posso vedere, come sempre!
Cinque minuti più tardi, su un masso basaltico poco lontano, i due bambini sedevano l’uno accanto all’altro, e guardavano il cielo.
La debole luminosità dello stabilimento e di alcune torce non riusciva a mascherare, sopra la banda di crepuscolo fioco e verdastro all’orizzonte, il mare di stelle in esondazione con la sera; si potevano scorgere, qua e là, comete che balenavano e poi svanivano nel buio.
I due bambini dondolavano le gambe da sopra quel frontone alto appena un metro, seduti con attenzione per non farsi male o strappare i vestiti.
– Sai, ci pensi mai a quanti pianeti orbitano attorno a quelle stelle? – mormorò lei – devono avere tante cose…credi che potremmo mai raggiungerli?
–I o credo che nel futuro sarà normale andare su altri pianeti, come oggi si usano le navi e gli aerei per andare in altri continenti. – rispose lui, guardando gli astri rapito.
– E pensi che troveremo altri esseri? – fremette Alex.
– Chissà come saranno…– il bambino guardò in basso, la sua voce un po’ mogia.
– Hey, cosa ti succede? – lei lo guardò in volto.
– Mi chiedo se vorranno combattere contro di noi.
– No, perché devi sempre metterci mezzo la guerra! Vedrai che invece non ci saranno guerre in futuro tra umani ed alieni…– lei gli sorrise, portandogli una mano sui capelli biondi e carezzandoli goffamente.
– Sai –continuò lei – credo che io e te siamo proprio fatti per essere amici.
Anzi, sai che ti dico? Credo che anche se fossimo due alieni provenienti da due pianeti diversi, saremmo comunque amici!
Lui arrossì un poco.
– Potremmo andare in giro per lo spazio…– mormorò.
Lei lo abbracciò, calorosamente.
– Quando saremmo grandi, andremo in giro per il mondo! – proclamò lei, un braccio attorno alle sue spalle, indicando le stelle del cielo con la mano libera – anzi, per l’intero Universo!

Il signor Smith giunse al bar dello stabilimento, i capelli rossi ancora spettinati per via della levata precoce; avvistò il signor Skarsgard seduto al bancone con la schiena mentre guardava il mare con aria contemplativa, con un bicchiere di caffè nero in mano.
Era mattina presto allo stabilimento balneare.
– Oh, salve, signor Skarsgard…spero di non disturbarla a quest’ora…
– Si figuri.
Buongiorno anche a lei piuttosto, è una persona molto educata– si strinsero la mano, e il signor Smith si rilassò un po’; il signor Skarsgard lo guardava con fredda ma cortese disponibilità.
– Sono felice di averla incrociata di mattina presto, volevo parlare di una cosa…
– Immagino riguardi i nostri figlioli, vero?
– Ah, sì, esatto…! Vedete, mia figlia mi ha appena spiegato che vorrebbe continuar a parlare con suo figlio per corrispondenza.
Sa, potremmo scambiarci gli indirizzi e farli diventare amici di penna, capisce? Oppure potremmo usare la posta elettronica!
– Capisco, signor Smith.
Noi cambiamo casa molto spesso negli Stati Uniti a causa del mio lavoro…
Il signor Smith si spense – Ah…
– Le spiego, io faccio il consulente per istituti governativi e gruppi militari privati. Ho degli obblighi molto particolari. Per questo mi devo spostare spesso da un posto all’altro. Molti dei miei datori di lavoro mi raccomandano di non lasciare informazioni personale a giro.
– Quindi…lei sta mi sta dicendo che non vuole che i nostri bambini rimangano amici?
– No. Siamo una famiglia molto unita, e bastiamo a noi stessi. Markus non ha mai avuto bisogno di tante frequentazioni con altri bambini.
Aspetterò che sia più grande, ed indipendente, perché impari a costruire relazioni utili e profonde…
Il signor Smith batté uno scarno pugno sul tavolo.
– Ma insomma, mi sta prendendo in giro? Davvero devo credere che lei sia in una sorta di programma protezione testimoni, mentre va libero in vacanza in Italia? Che razza di discorsi fa sulla mente dei bambini e su come vanno cresciuti?
Il signor Skarsgard si alzò, fissando gelido l’inglese negli occhi.
– Accetto sempre consigli su come crescere mio figlio, ma spero che anche lei faccia lo stesso. Da quello che mi ha detto mio Markus, la vostra bambina è una persona seria, anche se ciarliera. Per quello che dovrà aspettarsi in futuro, dovrà rimanere per forza una persona seria, perché sinceramente, il fatto di non essere bianco come lei lo potrà sopportare ora da bambina, quando tutto è facile.
Ma le cose cambieranno quando crescerà.
Sarà più difficile per lei una volta cresciuta…
Smith era più basso di Skarsgard, e si levò sulle punte dei piedi per fissarlo dritto negli occhi, piazzandogli la faccia a cinque centimetri da quella dell’altro, livido per l’ira.
– Avrei dovuto lasciarla marcire in un ospedale nell’angolo di mondo sperduto dove l’avevano abbandonata, altrimenti?
L’americano si rabbuiò, un poco imbarazzato – No, certo che no.
Lei è un uomo di spirito, e sa in che razza di mondo viviamo.
C’è bisogno che uomini come me aiutino a mantenere l’ordine che tutela la nostra oasi di luce e comfort, e quelli come voi facciano il meglio per mandare avanti la baracca.
“Bellatores” e “Oratores”.
Non è mai cambiato veramente nulla nella nostra storia…
– E questo cosa diavolo c’entra coi nostri figli!?
L’americano buttò giù un sorso pesante di caffè.
– Le amicizie tra bimbi piccoli non durano mai, e siccome è un uomo intelligente, lei lo sa bene.
Gli scambi epistolari si farebbero rarefatti dopo uno, due anni, e poi dopo gli stravolgimenti della crescita non resterebbe nessun ricordo.
Se sono fortunato, tra due anni dovrei riuscire a trasferirmi definitivamente in un posto, e così il mio Markus avrà una vita più stabile durante l’adolescenza.
Io spero che anche la sua figliola abbia la stessa fortuna, e che lei farà di tutto come genitore assieme a sua moglie perché ciò che avvenga… nel suo paese, il Regno Unito.
Markus avrà un migliore amico tra qualche anno, quando gli servirà veramente ad attraversare le prime tempeste della vita. –
Smith incrociò le braccia. –Il mondo non sarà più sicuro dopo la caduta del Muro…– continuò l’inglese– ma dobbiamo sforzarci di renderlo civile e accettabile.
— Infatti, e dobbiamo sforzarci di far crescere forti i nostri figli, affinché lo mantengano tale…le offro un caffè?

4

L’omino tarchiato e rugoso, simile ad una prugna rinsecchita dai capelli rosso spento, stava rimettendo apposto gli attrezzi nel proprio capanno, mentre fuori il tramonto discendeva sotto il profilo della verde campagna britannica.
Una figura si stagliò sulla soglia dello stanzino.
Era una giovane donna di colore, andante sui diciotto e più, fisicamente tonica e robusta, dall’aspetto salubre e vigoroso; non era molto carina, ma aveva grandi occhi espressivi e intelligenti.
Indossava una tuta sportiva e sotto una maglia rossa.
– Pensa un po’, zio, Ho vinto il torneo femminile. Gli chiederò di farmi gareggiare in quello maschile, prima o poi. – sogghignò lei.
– Beh, come hai intenzione di festeggiare? Compere con le amiche?– ribatté il vecchio, guardandola con ironia.
– Ah, zio, vedo che sei di buon umore.
– Mah, come mai lo dici, bambina?
– Quando sei contento mi prendi in giro – lei entrò dentro, osservando distrattamente gli attrezzi dello zio – Eh, lo sai che non ho tante amiche femmine.
Probabilmente gli rovino la piazza…o che so io.
– Ma te non hai sempre preferito stare con i ragazzi?
– No, non proprio, no né che io non stia bene con le altre ragazze! E’ che alle volte, quando siamo fuori insieme, cominciano a parlare tutte insieme ed io cerco di ascoltarle, ma dopo un po’ mi sembra di vedere come delle bocche simili a quelle dei pupazzi del Muppet’s Show che vanno su e giù, e non distinguo le parole, sembrano suoni…non lo so zio, mi segui? È veramente strano!
– Beh, invece di pensare a quei muppets, perché non ti cerchi un fidanzato?
– Forse, ho trovato un ragazzo in un’altra classe, è un po’ cicciotto. Un tipo sveglio.
Ne voglio riparlare quando sarà finito l’anno scolastico.
– Ne parli come fosse un contratto di lavoro, Alex. Gli uomini cercano le donne e viceversa, così va il mondo da milioni di anni e così sarà per altri milioni.
Magari è così anche in altri mondi.
– Beh, non ne ho mai avuti prima…sono un po’ incerta.
Anche se l’idea mi fa tanto piacere a pensarci…!
– Cosa ti piace di questo ragazzo? Ti fidi di lui…?
– Non lo so zio.
Sembra quasi che stiamo provando un copione, anziché mettersi insieme.
– Ma tu vuoi stare con lui?
– Non lo so…
– Ci sono ragazzi che vogliono stare con te?
– Beh, non conta tanto, i ragazzi non vogliono stare con me “in quel modo” …
– Ti dicono che sei brutta o altre scemenze?
– No, zio, è tutto un messaggio sottile.
Sottile ma efficace nell’arrivare al destinatario…
– Alex, vorrei che fossi diretta nel parlato come lo sei nello sport.
– Scusami, zio.
Quello che voglio dirti è che io ho un po’ di paura, in realtà.
– Paura degli uomini, delle donne, o di tutti e due?
Lei sospirò, alzando gli occhi al cielo.
Lui gli fece cenno di sedersi su una sedia libera, accanto alla sua, e lei lo assecondò.
Si sedette a braccia conserte.
– È brutto rendersene conto, Alex, ma guarda qui, guarda il mio fucile. Lo conosci questo attrezzo, vero? Di lui ti puoi fidare, a costo di pulirlo e mantenerlo a modo.
Non puoi fidarti di nessun altro che imbracci un attrezzo simile, ma puoi sempre avere un vantaggio o una garanzia di contrattazione se anche tu ti porti dietro un fucile.
Di quest’acciaio ti puoi fidare con certezza quasi totale, Alex, e solo di questo.
Forse potrebbe capitarti di incontrare qualcun altro di cui fidarti con altrettanta affidabilità, Alex, ma sarà sicuramente raro, e molto probabilmente non incrocerai mai una persona del genere durante la tua vita.
La sorte è grama.
Ma anche nel caso vi trovaste, una delle cose che vi unirà sarà la consapevolezza condivisa che è meglio fidarsi dell’acciaio che degli altri uomini.

Markus stava seduto da solo nel corridoio spoglio e diafano dell’ospedale; guardava davanti a sé, il volto corrucciato.
Con l’adolescenza era divenuto un ragazzone slanciato e muscoloso, e la crescita gli aveva squadrato ancora di più il volto pallido, già più roccioso di quello del padre; al momento indossava un paio di jeans anonimi e una camicia bianca a maniche lunghe.
Dalla porta più vicina a lui nel corridoio ospedaliero, uscì un medico in camice, calvo e con occhi da civetta; piano piano si avvicinò al bambino, con aria costernata.
– Markus, tua madre si è addormentata, ma domani la potrai rivedere…
– Grazie, dottore.
– Quindi, adesso…tua sorella ti riporterà a casa, immagino.
– Si, dottore.
– So che non è la prima volta…
– Si, mio padre ci ha lasciati quando avevo dodici anni.
– Ora nei hai sedici, vero Markus?
– Quasi diciassette.
– Markus, se vuoi posso darti un contatto di un bravo psicologo e potresti anche rientrare in un programma speciale e non pagheresti nulla…
– Non mi interessa, dottore, ma grazie lo stesso.
Più tardi, Markus stava nella sua stanza, a rimettere a posto le proprie cose; sua sorella era giù in cucina, a preparare la cena, e stava cercando di distrarsi con la musica nelle cuffie.
Markus, finito di mettere a posto gli indumenti sportivi, si spostò verso la scrivania: buona parte era occupata da fogli volanti e da vari quaderni, utilizzati per il suo passatempo preferito assieme all’attività fisica, ovvero il disegno artistico.
Il ragazzo biondo fece per mettere a posto alcuni fogli in una pila al centro del tavolo, proprio sotto il cono di luce del lampadario, quando lo spostamento della carta fece cadere qualcosa dal tavolo.
Infastidito, si piegò sulle ginocchia e fece per rovistare nella penombra sotto la scrivania, cercando l’oggetto; le sue dita sentirono ad un certo punto l’asetticità temperata della plastica, e lui afferrò subito quell’oggetto per poi scrutarlo.
Era un pupazzetto di dinosauro in plastica.
Markus si stupì, perché cercava di tenere ogni balocco ancora rimanente nella sua camera in due scatole di cartone nell’armadio grande, e non riusciva a capire come quell’oggetto potesse essere arrivato fin lì visto che non aveva spostato né tantomeno aperto le scatole da tempo.
Si rigirò il giocattolo fra le mani, studiandolo con attenzione.
Per qualche strano motivo, non riusciva a ricordarsi bene nulla a proposito di quel balocco, ma dalla consunzione di alcune estremità capì che doveva avere almeno dieci anni, se non di più.
Fece per riandare all’armadio per rimetterlo dentro, ma mentre stava per aprire l’anta, ebbe come un sussulto: gli pareva di aver sentito una voce riecheggiare nella sua mente, una voce femminile, subito svanita come una brezza che sparisce in lontananza.
Richiuse l’armadio e poggiò il giocattolo sul comodino e poi uscì dalla stanza per andare a cenare con la sorella.

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