LA DATA

15 marzo 44 a.C.

LAURA BARDELLI

Idi, quelle Idi di marzo e i tumultuosi giorni che seguirono.

Al mattino il dittatore esce dalla sua casa nel Foro romano (in qualità di pontefice massimo abitava proprio di fronte alla Casa delle Vestali) inseguito da oscuri presagi e dalle suppliche della moglie Calpurnia: la donna ha sognato che il marito verrà ucciso e gli antichi, nella loro saggezza, ai sogni ci credevano, eccome.

Come se non bastasse, la sera prima, durante una cena in casa di amici, probabilmente in una delle ricche abitazioni del Palatino, si è parlato di congiure, oscure trame, minacce di morte. Si avvia lo stesso, pensoso e crucciato, il grande condottiero verso la Curia di Pompeo, dove si tenevamo le assemblee del senato, nell’area che adesso si apre come un ventre squarciato a Largo Argentina, ovvero a circa un chilometro di distanza dal Foro.

E se è lì che si consuma l’atto finale della congiura senatoria tessuta da Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino e Decimo Bruto; se è più o meno ai piedi del grande pino che adesso copre con la sua ombra il muro cementizio che segna il perimetro della Curia (ma bisognerebbe scavare un’area di circa 1.740 mq, dice l’archeologo Andrea Carandini, autore del Nuovo Atlante di Roma antica, per accedere ai locali dove davvero ebbe luogo l’assassinio); se è lì insomma che vengono inferte le celebri 23 coltellate, il vero teatro degli eventi si sposta presto nel Foro romano. Perché di teatro si tratta, e di quello sanguigno e passionale degli antichi di cui sopra, che nelle viscere sapevano frugare a dovere.

Secondo il racconto di Svetonio, nell’intento primitivo dei cesaricidi il corpo del dittatore doveva essere immediatamente gettato nel Tevere, i suoi beni confiscati e gli atti annullati. Se ne discusse in un’animata seduta del senato convocata dal console Marco Antonio il 17 di marzo, in cui si pose il non secondario problema della ratifica dello stesso testamento di Cesare, e si optò per una soluzione di compromesso, suggerita dallo stesso Cicerone: al defunto sarebbero stati riservati pubblici onori funebri e nel contempo sarebbe stata concessa l’amnistia per i congiurati.

Quindi il corpo viene esposto al Foro romano, su quei rostra che servivano ad arringare la folla e ricordare la grandezza delle vittorie di Roma e, sul finire della laudatio funebre, Marco Antonio, con un possente coup de théâtre (come non ricordare Marlon Brando nel film diretto nel 1953 da Joseph L. Mankiewicz?) mostra al popolo le ferite di Cesare, sventola la toga insanguinata dell’ucciso, impugna la pergamena contente il testamento con il quale questi aveva lasciato i suoi beni al popolo.

È il tumulto: il demos si dirige verso le case dei congiurati con l’intento di incendiarle poi, respinto, si impossessa del corpo di Cesare e, nel punto esatto in cui poi sorgerà il Tempio del Divo Giulio, brucia il cadavere su una pira improvvisata, infrangendo l’antichissimo divieto (era contenuto nelle Leggi delle XII Tavole e se ne ricorderà Napoleone con l’Editto di Saint-Cloud di foscoliana memoria) di seppellire e cremare i morti all’interno della città. Il resto è storia nota: dalla lunga guerra civile che seguì, solo nel 31 a.C. uscirà vincitore il giovane Ottaviano, dopo aver fatto fuori tutti i protagonisti di questa sanguinosa vicenda, inclusa la repubblica romana.