LA DATA

6 maggio 1527

Il più famoso dei sacchi di Roma ebbe inizio il 6 maggio del 1527, ad opera delle truppe svizzero-tedesche al soldo di Carlo V d’Asburgo: fu l’ultimo, in ordine di tempo, dopo quello del 1084, quando i Normanni di Roberto il Guiscardo corsero a prestare soccorso a papa Gregorio VII assediato dai soldati dell’imperatore Enrico IV, nell’ambito della lotta per le investiture.

Precedentemente la Città Eterna era stata messa a ferro e fuoco altre due volte, durante i secoli bui e violenti dell’epoca tardo-antica: nel 455 per mano dei Vandali e nel 410 ad opera dei Visigoti di Alarico, quando la stessa imperatrice Galla Placidia fu presa in ostaggio dai barbari e Agostino interpretò, nel De Civitate Dei, l’inaudita violenza di quelle giornate come una punizione divina per il paganesimo ancora diffuso. Alle pagine di Livio si deve poi la memoria del primo degli assedi dell’Urbe consegnati alla storia, quello condotto nel 390 a.C. dai Galli Senoni, guidati da Brenno, al quale la tradizione attribuisce la celebre frase «Vae victis», pronunciata nell’atto di porre la propria spada sulla bilancia che doveva pesare l’oro del riscatto, in segno evidente di spregio per i Romani che in tal modo venivano a patti.

Quanto ai fatti del 1527 si devono collocare nell’ambito delle cosiddette Guerre italiane, quando la penisola si fa terreno di scontro per le ambizioni dell’imperatore Carlo V e quelle del re di Francia Francesco I di Papa Clemente VIIValois, colui presso il quale andò a finire i suoi giorni Leonardo da Vinci. Condotto in salvo in Castel S. Angelo da 189 guardie svizzere rimastegli fedeli, Clemente VII abbandonò in quel frangente la popolazione della città a violenze, stupri, saccheggi per un mese intero, prima di pattuire un riscatto e lasciare il suo rifugio e farsi scortare, travestito pare da ortolano, a Orvieto. Le ultime truppe lasciarono Roma solo nel febbraio del 1528.

Questo episodio traumatico della storia ha lasciato tracce nelle vicende degli artisti che affollavano allora la corte papale, registrate fedelmente nelle Vite di Vasari: alcuni persero la vita negli scontri, Rosso Fiorentino e Baldassarre Peruzzi riuscirono a fuggire, anche Parmigianino si mise fortunosamente in salvo, Benvenuto Cellini narrò nella sua Vita, da par suo, l’assedio vissuto in prima persona a fianco del papa. Quanto a Michelangelo si sa che si pose al servizio della Repubblica fiorentina la quale, cacciati i Medici, sopravvisse fino al 1530; Raffaello Sanzio, invece, aveva terminato la sua breve, luminosa parabola e riposava già da sette anni nella sua tomba al Pantheon.

All’indomani di questi gravi fatti si registra quelle che gli storici dell’arte chiamano la “diaspora degli artisti”, i quali abbandonano Roma e spesso l’Italia per mettersi al servizio di signori stranieri, primo fra tutti lo stesso re di Francia, alle cui dipendenze si pone lo stesso Rosso per la decorazione del castello di Fontainebleau: è così che il manierismo italiano si diffonde in tutta Europa producendo effetti straordinari per lo sviluppo dell’arte mondiale.

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