LA PAROLA

Taglio

Dal verbo tagliare, l’azione del venire tagliato. Dividere, separare in più parti con uno strumento che incide. Detto particolarmente del mestiere del sarto; levare con le forbici dalla pezza del panno e apparecchiare con arte, la varie parti di un abito. Dal francese tailler e dal catalano: tallar (potare) che in tardo latino diventa: taliare e in tedesco: theil, ovvero, parte, porzione.

Nella terminologia cinematografica: l’esclusione di una scena da un film; in teoria dei grafi, partizione dei vertici di un grafo in due sottoinsiemi disgiunti. Taglio è operazione che consiste nel tagliare spazi topologici. In sartoria, la forma che si da ad un modello di vestito. È anche un gioco di carte simile alla briscola e il mazzo comunque si taglia dividendolo in due quando è già mescolato ad evitar brogli. In chirurgia è l’incisione con un bisturi. In agricoltura: la talea. Taglio è quanto le gemme necessitano per essere usate in gioielleria, nonché l’angolatura di luce per una posa fotografica. È applicato in varie tecniche: taglio oro libro, taglio ad acqua, ecc.

Spesso viene usato in senso figurato, dando luogo a molti modi di dire. Dare o darci un taglio, se si vuole troncare una relazione o un discorso che va per le lunghe. Per concludere una discussione ed esser sintetici si dice tagliare corto. Un’arma a doppio taglio è tagliente anche per chi la compie. Tagliare fuori, per estromettere. Piangere come un vitello tagliato, ovvero piangere a dirotto, in realtà, viene da “piangere come una vite tagliata” per via del liquido resinoso che fuoriesce dal tronco reciso. Tagliare l’erba sotto i piedi, è mettere in difficoltà qualcuno. Quando si adotta una soluzione netta o si prende una decisione drastica, a costo anche di una rinuncia o un danno, usiamo dire: tagliare la testa al toro. Così come tagliare gli alimenti significa privare qualcuno dei mezzi di sussistenza. E poi tagliare il ramo in cui si è seduti; le gambe; i ponti; la corda; i panni addosso; ne taglia più la lingua che la spada, sino a tagliarsi le vene.

Ma, al di là di tutto ciò, il taglio è appartenenza insita in ognuno e che ognuno conosce ed esperimenta. Taglio come un che utile a cambiare. Avere il proposito, il desiderio di cambiare qualcosa che ci coinvolge, è qualcosa che parte dalla testa. Pronunciamo frequentemente frasi del tipo: «Vorrei cambiare qualcosa di me», non sapendo bene cosa. Un processo razionale. Un lavorio interiore. Un’idea, infine. Non è un caso che, volendo attuare un cambiamento, le donne più degli uomini, psicologicamente parlando, avvertano anche figurativamente, la necessità di partire dalla testa con un nuovo taglio di capelli, unendo parola ed azione. In alternativa si cambia la disposizione dei mobili o il guardaroba.

C’è una motivazione che viene da lontano, sin dal venire al mondo. Al quale si giunge attraverso un taglio. Quello del cordone ombelicale. E a volte del cesareo. Il primo cambia la condizione di tutti: un taglio che, da quel momento, è solo il primo di tanti altri subìti, imparati, cercati o voluti. È un taglio, una separazione, un passaggio, un solco, il momento in cui dal latte al seno si passa allo svezzamento. Dall’abbraccio materno che avvicina al seno e contiene, si passa, gradatamente, allo stare seduti per essere imboccati con un nuovo cibo. È un taglio da quello precedente; con quello che comporta doverlo affrontare. Mettersi in piedi e con questi incominciare a camminare autonomamente, è un taglio. Dalla condizione a carponi (a sua volta già un taglio dalla condizione di stare solo in braccio), si passa a quella sulle sole gambe.

Crescendo, di tagli e di separazioni, ne affrontiamo altri. È un taglio passare dal rassicurante ambiente famigliare a quello comunitario. Il nido, l’asilo, la scuola. Ogni passaggio della vita non è solo una crescita insita nelle nostre cellule o dovuta all’adeguarsi alle regole sociali, ma anche un taglio da una condizione precedente ad un’altra. Innamorarsi è un taglio. Sposarsi è un taglio. Un taglio e un passaggio. Dalla vita con la famiglia di nascita al crearsene una propria. Andare a lavorare per assicurarsi una vita materiale è un taglio. Dalla vita comoda della famiglia che provvede a te, a te che provvedi a te stesso. Separarsi, neanche a dirlo, è un taglio. Trasferirsi, traslocare da una casa ad un’altra o in altra città o stato, è un taglio. La morte stessa, naturale o voluta o capitata per un incidente, al pari di quando si è venuti al mondo, è un taglio col mondo stesso.

Siamo inconsapevolmente persone che con i tagli e le separazioni, hanno l’ossimoro di avere un legame molto stretto. Si è, di fatto, persone “ferite”. Altro che questo, addosso – saputo, negato o solo percepito – non portiamo. A meno che, così come un taglio ci catapulta nel mondo, non siamo in grado di accogliere, come venissero da una “talea”, i nuovi fiori che la vita, sempre attraverso uno o più tagli, ci offre.

“Ogni taglio può svuotare tutto il mondo e creare un circolo di moto ininterrotto, di vita perenne, in un senso e nel senso opposto. Come a dare evidenza plastica all’oscillare della vita attorno ad un movimento dentro/fuori, sì/no, eternamente in contraddizione con se stesso, eternamente in fallimento, ma eternamente in circolo, con la stessa forza che sprigiona dal buio quando si è abbagliati dalla luce e dalla luce quando si è travolti dal buio.” Leonardo Sinisgalli sui “Tagli” di Lucio Fontana.

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