LUOGHI VIAGGI

L’anfiteatro dimenticato dal TomTom go

Scritto per la pagina Facebook di “Strisciarossa” – sito voluto da alcuni ex giornalisti de “l’Unità” che dovrebbe essere on line a settembre (se ne è accennato dando conto del numero 200:1 e della parola Unità con “l'” davanti) – questo reportage da un viaggio a Luni, gioiello romano a cavallo fra Liguria e Toscana, è anche un dito puntato sull’incuria del Belpaese verso i propri tesori d’arte. Lo ha scritto concedendone la pubblicazione, Silvia Garambois, ex de “l’Unità” anche lei, socia di TESSERE e promotrice del Gruppo di giornaliste Giulia.

Città candida di marmo e di statue, porta sul Mediterraneo, dove la globalizzazione di duemila anni fa portava sulle tavole le stoviglie pregiate dell’Africa e della Gallia, insieme a quelle più andanti dell’Italia del nord. La meraviglia delle civiltà sepolte: siamo a Luni.

Di tanta gloria un gioiello, solo un piccolo gioiello, aveva sfidato il tempo: un perfetto anfiteatro che fino a qualche decina di anni fa svettava tra campi di grano e di incolto lasciando a fiato sospeso il viaggiatore. Il resto, nascosto sotto la terra fertile. Solo le arature portavano alla luce monete, manufatti, monili…

Ora l’area è recintata (24 ettari, mica uno scherzo), si paga il biglietto (economico: 4 euro), al posto del grano ci sono le erbacce e, se non imbrocchi puntuale l’orario (alle 10 del mattino e alle 5 della sera, non prima e non dopo) all’anfiteatro non si va. I rari turisti vagolano tra gli scavi nei quali non si scende, dandosi indicazioni l’un l’altro («Questa strada è chiusa da un cancello, di là invece, quel sentiero dietro la rete: ci sono dei mosaici, sotto la tettoia»). Caccia al tesoro.

Alla foce del fiume Magra – dove, appunto, inizia la terra di Lunigiana – sul confine che oggi separa Liguria e Toscana (confine incerto per l’arte e per l’archeologia, visto che un tempo era la Soprintendenza di Firenze a vigilare sul sito, come spiegano i custodi, mentre ora è quella di Genova), Luni è un comune rinato da pochi mesi con un referendum: gli abitanti del comune di Ortonovo, nei pressi dell’antica città di Lunae, hanno scelto lo scorso aprile di tornare a chiamarsi come gli avi. Forse così sarà più facile per i turisti trovare il sito. Forse. Per ora è una scommessa. Anche se è quasi a ridosso dell’autostrada che da Genova scende verso Roma. Anche se è proprio alle spalle delle spiagge affollatissime (giungle di ombrelloni) di Marina di Carrara e di Marinella di Sarzana, a zig zag tra i confini regionali. Chissà se i bagnanti lo sanno cosa c’è là, proseguissero mai per quella strada…

Il navigatore dell’auto non riconosce, di Luni non sa nulla (sarà che il comune è nuovo…): eppure solo qualche mese fa Paestum l’aveva pur trovato! Le indicazioni stradali sono un optional: anche se sull’autostrada c’è un bel cartello (serie Bell’Italia), poi il turista è lasciato a sé. O alla gentile signora che tornando con le buste per la spesa ti spiega di passare il ponte, un centinaio di metri, poi a sinistra, poi c’è la segnaletica. Un eufemismo. C’è però un cancello (il cartello turistico è caduto nel fosso) e un biglietto scritto a stampatello in cui si invita a parcheggiare più in là, perché lì rubano dalle auto. Chissà di chi è stata la mano gentile.

Il piccolo museo è eccezionale: l’assaggio di quello che fu, statue di vera bellezza drappeggiate di marmo (per gli antichi era il marmo di Luni, per Michelangelo il marmo di Carrara, ma sempre quella era la pietra), monete di tutto il mondo conosciuto, gli oggetti d’uso quotidiano arrivati da terre lontane, e poi i capitelli, i fregi… E affreschi e mosaici (su questo siamo stati sfortunati: locali chiusi. Del resto d’agosto, quasi ora di pranzo, che ti aspetti?). E un intero casolare serrato a doppia mandata pieno di reperti da catalogare. Tutto recuperato in scavi che sembran quattro buche rispetto al territorio da investigare (deludentissima visita per il turista, anche se le illustrazioni della mappa – realizzata con i fondi della Ue per lo sviluppo rurale – indicano porticati, fonti, palazzi nobiliari…). Resta l’idea che lì sotto quei 24 ettari di erbacce senza un’ombra ci sia ancora chissà quale tesoro, che nessuno cerca perché non ci sono soldi per cercarlo, e poi proteggerlo e poi chissà dove stiparlo. Resta la certezza che “sopra” è tutto lasciato alla buona volontà dei custodi che questi sassi li conoscono uno a uno, che raccontano con rimpianto che i “pezzi” migliori se li sono presi altri musei, come un tempo i contadini che facevano affari o li collezionavano nel salotto buono. E che alla fine ti spiegano anche come vederlo l’anfiteatro, girando tutto intorno a Luni con la macchina, tra le strade bianche con le viti, dove dalla rete – come clandestini ma col biglietto d’ingresso in tasca – finalmente, eccolo. Un gioiello.

Ma questa è la famosa “Italia minore” che proponiamo ai turisti? Dove non si investe in nulla? Dove neppure i ristoratori – o i bancarellai! – pensano sia un affare aprire un locale, vendere una bibita, una calamita ricordo da mettere sul frigo? Ma è vero, è agosto, fa caldo, si va in spiaggia.

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