LA PAROLA

Meme

«Elemento di una cultura o di un sistema di comportamento trasmesso da un individuo a un altro per imitazione». In verità, il meme stesso, a fronte di questa descrizione così precisa, eppure così lontana dal suo vero fine, pretenderebbe un’altra spiegazione di sé. Magari qualcosa di più informale. Perché, in fondo, il suo scopo è proprio questo: trasmettere un’opinione, un messaggio su questioni del momento, in modo sarcastico e semplice. Lo scopo: far ridere? Trasmettere un messaggio? Forse entrambe le cose: trasmettere un messaggio facendo ridere.

Il termine inglese meme (si pronuncia miim) deriva dal greco mímēma, che significa imitazione, esempio, ed è stato coniato nel 1976 dal biologo britannico Richard Dawkins, nel suo libro Il gene egoista per indicare un’entità di informazione replicabile, ovvero per spiegare il modo in cui le informazioni culturali si diffondono. Come termine legato a internet, è stato introdotto dall’avvocato Mike Godwin (famoso per la cosiddetta Legge di Godwin) nel 1993 in un articolo su “Wired”, dal titolo Meme Counter-meme.

Detto questo, sempre meno persone davanti a un giornale, sempre meno persone davanti al TG, perché spaventa non essere sempre al passo con ciò che succede nel mondo, ma spaventa ancora di più esserlo. La cultura è per chi la vuole, per chi la studia. Si sa troppo o troppo poco; e in qualsiasi caso è come se venisse a galla un terribile segreto. Poi però arriva il meme su instagram, facebook, twitter, con accenni di situazioni politiche che si alternano a considerazioni sulla vita di tutti i giorni e il gioco è fatto.

Meme sulla vita da studente, sui ragazzi che amano dormire e non riescono a svegliarsi la mattina, su Salvini che minaccia con le ruspe anche i libici che sono ancora a casa loro. Meme, più in generale, sulle abitudini che ognuno ritiene solo sue, poi scopre essere alla base di qualsiasi comportamento umano: come fare con una ragazza, presentarsi impreparati a un’interrogazione, dire al migliore amico che sta bene con la nuova maglia mentre invece è inguardabile. O quello sempre attuale della mamma che chiama con un sonoro «è pronto!», quando mancano ancora dieci minuti ma “qualcuno” deve apparecchiare la tavola.

Sempre meno parole, solo il minimo indispensabile, sempre meno pensieri espressi ad alta voce. Il mondo asseconda l’incapacità dei giovani (e meno giovani) di stabilire rapporti umani. Alla mimica facciale è subentrato il muso di un gattino stralunato per far capire all’interlocutore che non si condivide quello che sta dicendo. Tristezza, certo, ma d’altra parte, scherzare e ridere è una delle poche cose che, a volte, rimane da fare.

E allora ridiamoci su, ridiamo davanti a Di Caprio che vince l’Oscar nell’unico film in cui non si è distinto particolarmente, di fronte a qualsiasi tipo di persona famosa o animale carino con un’espressione divertente. Si ride dei politici che si scambiano tweet fintamente minacciosi in una gara di orgoglio. Si ride anche di se stessi, perché basta un’immagine con più di 500 “like” a far pensare di poter dispensare opinioni in ogni contesto, senza rendersi che dovrebbe esserci molto di più, dietro a una risata.

 

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