LA PAROLA

Punciùtu

Il giornalista Giorgio Frasca Polara, il mese scorso, ha pubblicato su Tessere un interessante articolo per il 40° anniversario della morte di Peppino Impastato. Riportava, nel testo, la frase del giudice Paolo Borsellino, detta alla moglie prima di essere assassinato, contenente una enigmatica parola siciliana: «Ho visto la mafia in diretta perché mi hanno detto che il generale Subranni era Punciùtu».

Punciùtu o pungiùtu (punto) è voce del verbo pùnciri (pungere). Pronunciata nel contesto dell’inquietante confidenza coniugale, il significato della parola sottintendeva che l’ex comandante del ROS appartenesse al clan mafioso di Cosa Nostra.

Punciùtu, infatti, si dice di un individuo che si sottopone volontariamente al rituale dell’organizzazione mafiosa per entrarvi a farne parte. Il cinema, dopo le testimonianze dei pentiti, ha raccontato le varie brutalità, tra cui il raccapricciante giuramento che l’aspirante proclama dopo l’incisione di un polpastrello. La letteratura criminale ha descritto nei dettagli come avviene: «… e mentre il sangue gocciola sul santino raffigurante l’Annunciazione tenuta nell’altra mano, il padrino dice (probabilmente in dialetto, dr): “non dovrete mai tradire i nostri segreti. Si entra in Cosa Nostra con il sangue e se ne esce solo attraverso il sangue”; quindi dà fuoco all’immagine sacra e l’iniziato, dominando il dolore causato dalla fiamma, ripete: “giuro di non tradire mai i comandamenti di Cosa Nostra. Se mai dovessi tradirli, che le mie carni brucino come quest’immagine santa”…».

Per nulla traumatica, ma divertente, era l’antica superstizione tramandata dalla màstra (maestra) alle giovani aspiranti sartine che gremivano il laboratorio, durante le vacanze scolastiche, per apprendere l’arte del taglio e cucito o del ricamo: « Ahi! Ahi! Màstra mi pungìi ca ùgghia !» ( Ahi! Ahi! Maestra mi sono punta con l’ago!). «’Nta quali ìtutu?» (In quale dito?). Alla risposta, la màstra, come sempre, suggeriva all’interessata di pensare un desiderio, ma senza dirlo a nessuno, perché ogni dito della mano, inconsapevolmente punto, segnala un presagio. Dopodiché, tra l’ilarità delle ragazze iniziava la tiritera: «Puncìrisi (pungersi) sul pollice un piacere improvviso, sull’indice un dispiacere, sul medio lettera in arrivo, sull’anulare sboccia l’amore e sul mignolo matrimonio in vista».

Diversa espressione: «Ma chi ti sintisti pùnciri?» (ma che ti sei sentito pungere?) rivolta a un interlocutore che con irruenza interrompe continuamente una civile conversazione, infuocandone il confronto, come spesso vediamo nei dibattiti televisivi.

Pùnci la faccia, ad ogni inizio di primavera, l’arietta frizzante che si struscia leggera sui canaloni delle montagne ancora innevati e si pùnciunu d’estate, le punte appiccicose delle dita che raccolgono tra i rovi contorti le more mature. Dove si sarà punciùtu – mi chiedo – in quell’esilarante autunno letterario il «Signore di Scandicci» sorpreso da Gianni Rodari mentre «buttava le castagne e mangiava i ricci»? Nel rigido inverno appena trascorso mi puncìi nel prendere un piccolissimo riccio tremante subito appallottolatosi nel palmo della mano.

Pùnciri, a seconda degli argomenti, viene sostituito spesso con altri verbi che ne accentuano il significato. La spina della rosa, ad esempio, pùnci o zzìcca (si conficca) come il pungidito per effettuare le analisi del sangue o la siringa con l’anestetico usata dal dentista; pùnciunu o zzìccunu le spine dei fichi d’india, delle cactacee, dei cardi, del pungitopo e i lunghi aculei della malaspina, intrecciati a corona dai carnefici, puncènu e zziccànu la fronte martoriata di Gesù Cristo.

Non pùnciunu, ma muzzìcunu (mordono) le zanzare, le api, le vespe e altri fastidiosi insetti. Lo conferma il deciso rimprovero rivolto alla persona alterata per un nonnulla: «ma chi ti muzzicànu i lapunàzzi?» (ma che ti hanno morso i calabroni?). Paradossalmente la zecca, noto e pericoloso parassita, non zzìcca, non pùnci, non muzzìca, ma repentinamente ‘llìppa (si attacca) e non solo sugli animali che nei pascoli estesi dell’Etna, in armonia con la natura, sotto l’occhio vigile dei pastori, lentamente si muovono a branchi e con l’eco dei campanacci interrompono il mistico silenzio delle alture. Sul confine del deserto vulcanico, tra le sabbie delle esplosioni e i crateri preistorici, evitano abilmente i cuscini fioriti di spinèdda (Astragalus Siculus) che da millenni regnano incontrastati in quelle zone, per pùnciri e trapùnciri (trapungere) l’azzurrissimo cielo.

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