ATTUALITÀ IL PERSONAGGIO STORIE

Ricordando Bernardo e Giuseppe (Bertolucci)

In una delle prime prove filmiche di Giuseppe Bertolucci, ABCinema, acuta riflessione sul linguaggio cinematografico fatta con mezzi poveri dietro le quinte sontuose della lavorazione di Novecento, dove anche Giuseppe aveva collaborato al soggetto e alla sceneggiatura, Bernardo, oltre a cercar di spiegare il senso del cinema alle donne, ai bambini e ai vecchi contadini della Bassa, anima e carne del suo film storico – «A cosa serve il cinema? – «A dare delle emozioni» – si proponeva di racchiudere in una formula la sua convinzione profonda: «nella macchina da presa c’è la vita». Addolora, ma non sorprende, allora, che quando l’occhio meccanico sul mondo si è dovuto forzatamente spegnere, anche la vita del suo massimo poeta e nauta si è arresa davanti al final cut.

La morte di un amico, di un artista che ha segnato momenti importanti della tua stessa vita rimescola sempre ricordi e rimpianti in un vortice accelerato, confuso. È come rimontare in moviola il proprio passato partendo non solo dall’io ma dall’altro.

Bellocchiano d’assalto fin dagli anni ancora adolescenti dei Pugni in tasca, militante di cineclub e di lotte studentesche, provavo all’inizio una certa sospettosa distanza dalla “dolcezza del vivere” della sorniona borghesia parmense e dai soffici dilemmi esistenziali degli aspiranti rivoluzionari di Bertolucci ed ero ideologicamente più propenso ad ammirare il pur imperfetto La Chinoise di Godard che non il pasticciato clone di Partner.
Erano stagioni aspre, divisive, ma proprio nelle aule occupate dell’Università di Firenze, cullate dalle massime soporifere del Libretto rosso di Mao, ebbi la ventura d’incontrare Giuseppe, il fratello minore di Bernardo, mio coetaneo, anch’egli poeta sensibile, conversatore inesauribile fino alle albe consumate nelle soffitte di amici a cercare il filo della vita e della politica, sognando il cinema e il teatro. Era piombato lì, prudentemente equidistante da Parma e da Roma, per trovare una sua strada creativa, ma era altrettanto pronto a ripartire per sanare delusioni sentimentali, quelle che da grande avrebbe definito e filmato in Amori in corso.

Per lungo tempo ho conosciuto Bernardo attraverso le cronache, il filtro e gli occhi, non sempre sereni, del fratello. Cartoline dallo splendido set di Tara-Sabbioneta, dove dava una mano alla realizzazione di Strategia del ragno facendo anche da comparsa come “portatore di leone” nel serraglio onirico del film, tra Magritte e Ligabue. Poi di nuovo silenzio.

Bernardo Bertolucci al Premio Fiesole

La sorpresa fu sempre a Firenze, qualche anno più tardi, al Festival nazionale dell’Unità 1975, quando nel ricco programma cinematografico riuscimmo a inserire il primo, sommesso resoconto per immagini di una difficile dialettica familiare: ABCinema, appunto. E per gli imprevedibili intrecci del caso mi trovai a scrivere, sulla rubrica di critica da pochi mesi inaugurata sulle pagine toscane de “L’Unità”, sia del film di Giuseppe, e quindi di riflesso di Bernardo (Come nasce Novecento), sia dell’altra significativa presenza al Parco delle Cascine: Matti da slegare, ancora chiamato Nessuno o tutti, di Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli (Un viaggio negli ospedali psichiatrici).

Il triangolo sembrava perfetto, smussava l’incomunicabilità o gli screzi delle rette parallele, le parzialità di una scelta, Bellocchio-Bertolucci 1-Bertolucci 2. Forse non a caso, sempre in quell’anno cardine, tornavo su “L’Ultimo tango rivisitato” che mi aveva nuovamente folgorato pochi mesi prima della definitiva condanna al rogo.

Ho incontrato Bernardo “dal vivo” al Festival di Cannes 1976 dopo la presentazione epocale di Novecento, io timido e riverente, Giuseppe che ci introduceva con qualche imbarazzo. Ma ancora qualcosa ci divideva: cinque ore ininterrotte di visione e di emozioni, il Palais che rimbombava di applausi, Bernardo sul palco, sorridente e commosso, e Giuseppe in fondo alla sala, praticamente nascosto dietro i tendaggi della sortie. Non osavo indagare tra le pieghe della psicoanalisi, che peraltro non avevo mai prediletto, preferivo rientrare nel ruolo di spettatore-critico perso tra la folla.

Passano gli anni e i ricordi, come nelle ellissi narrative di un film. All’improvviso la scena si sposta, a Roma, primavera 2003, nella bella casa di Bernardo di via della Longara a Trastevere. Ora che finalmente Bertolucci ha accettato l’invito a Fiesole per ricevere il Premio ai Maestri del Cinema, nonostante la lavorazione di The Dreamers ancora in corso tra Parigi e Londra, con l’amico e collega Claudio Carabba siamo in missione per una lunga conversazione con lui.

Mi colpivano, nell’ampio salone luminoso in cui ci aveva accolto, le file dei quadri d’autore appoggiati alle pareti, sul pavimento, non per studiata indulgenza, credo, ma per averli vivi davanti, a portata di mano, da consultare come le pile di libri non necessariamente stipati nei loculi degli scaffali. Ma soprattutto m’irradiavano la sua bonaria cordialità, i suoi occhi che sprizzavano scintille intelligenti, la foga appassionata del suo discorrere, interrotto di tanto in tanto, mestamente, per ricorrere in un’altra stanza ai massaggi terapeutici che tentavano di lenire quei dolori che già lo tormentavano e ne alteravano la postura.

Premio Fiesole. A destra Roberto Benigni

Bernardo era generoso di sé e andava ben oltre le domande che gli rivolgevamo, affascinato dal tempo del cinema che poteva permettersi di sfuggire alle regole coatte del tempo reale; ripercorreva i suoi film, ripercorreva la storia, ci faceva intuire con garbo il senso dei miti che avevano condizionato la sua vita e il suo lavoro, la Parigi degli anni Sessanta e la Cinémathèque, che proprio in The Dreamers avrebbe eternato esponendo “personalmente” se stesso e una generazione di cinefili; ma anche la città dolente, colorata di ocra dal fedele Storaro, dove anche l’assillo della liberazione sessuale sembrava scivolare al tramonto; l’universo dei padri da superare, Attilio come Pasolini; la presenza ossessiva della morte che intrecciava ogni racconto, disperatamente avvinta all’esuberanza dell’eros; l’incrinarsi doloroso delle ideologie; il piacere delle contaminazioni, citando Roland Barthes: «io sogno un’opera che sia al tempo stesso tragica e comica, malinconica e allegra, muta e musicale…».

Bernardo era un fiume tranquillo, fluiva da sant’Agostino a Cocteau, da Čechov a Brecht, da Borges al Mahābārata e in ogni angolo di frase affioravano riferimenti infiniti al cinema amato, talvolta invidiato, poi magari respinto. Era difficile seguire le sfumature di un itinerario vastissimo sullo schermo, aperto con la stessa curiosità onnivora a tutte le visioni del vecchio e del nuovo, anche in quel periodo di sofferenza crescente. E allora ecco rivivere nelle sue parole, in ordine sparso, Kurosawa e Bolognini, Pasolini e Leone, Fuller e Rossellini, Hawks e Walsh, Rocha e Costa-Gavras, i modelli hollywoodiani ribaltati, Scorsese e Van Sant, Paul Thomas Anderson e Spike Jonze. Senza mai allentare la guardia sull’esattezza visiva delle citazioni, amichevolmente polemico e ironico su certe nostre colpevoli imprecisioni.

Così, come nell’apologo indiano sulla circolarità del tempo, da lui narrato in Prima della rivoluzione e poi suggestivamente filmato in un episodio di Histoire d’eaux, le ore scorrevano lievi, senza confini, e le parole e le immagini andavano a ricomporre il ritratto tridimensionale di un uomo che aveva inseguito i suoi sogni, in parte li aveva realizzati e di slancio li aveva cosparsi negli occhi del mondo, anche i nostri. Un ritratto che Claudio e io, sotto il suo meticoloso controllo, abbiamo poi condensato nelle pagine che aprivano il libro a lui dedicato dal Premio Fiesole.

Giuseppe Bertolucci

Un rimpianto, fra i molti, mi risuona ancora nella memoria: non essere riuscito a ricucire insieme i due fratelli Bertolucci prima che la grande livellatrice, sfacciatamente fuori sincrono, facesse uscire di scena il minore, sei anni fa, e oggi il maggiore. In quell’anno del trionfo fiesolano, forse complice Roberto Benigni ospite della serata, avevo cercato ingenuamente di invitare al Premio anche Giuseppe. Mi rispose che per quella giornata di luglio aveva altri impegni e poi, sorridendo un po’ amaro, «Giovanni, non sono ancora pronto per il Premio Caino». Fratello minore, sentivo anch’io l’ombra lunga di fratelli ingombranti e amatissimi.

Buon viaggio, Bernardo, buon viaggio, Giuseppe, in quell’altrove che riprende l’inizio.