CRITICA IL PERSONAGGIO LIBRI

Ritratto familiare di un rivoluzionario appassionato

Juan Martin Guevara non è uno scrittore di professione, la prosa del suo libro è semplice, essenziale, ma il valore della sua opera sta nella testimonianza, nel ricordo del fratello Ernesto Che Guevara, da bambino ad adolescente, da rivoluzionario accanto a Fidel nella Sierra Maestra cubana fino alla morte in Bolivia.

Ne esce un ritratto intimo, familiare e allo stesso tempo una convinta esortazione a riprendere e portare avanti le idee, il pensiero filosofico, sociale e politico del Che. Non come stanca riproposta di vecchie teorie, ma come necessaria, indispensabile opposizione all’arrogante, straripante potere di multinazionali e finanza, ad un capitalismo “maturo” (direbbe Marx) che si sente vincitore e tutto travolge.

La parte dedicata a Ernesto bambino e adolescente ci regala squarci inediti della sua vita e un ritratto sincero della sua famiglia. Una famiglia particolare, diversa dalla maggioranza, specialmente dell’epoca in Argentina, poco attenta a quello che c’era nel frigo, allo scarso mobilio, alla mancanza di soldi. Una casa trascurata, fredda e cadente, ma piena di libri, sempre aperta agli amici.

Scrive Juan Martin: «Avevamo una cattiva reputazione. I miei genitori erano noti come dei liberali originali e permissivi che lasciavano fare ai figli quello che volevano, dei ragazzini che andavano in giro con chi gli pareva. I rampolli Guevara erano infatti liberi come l’aria. Non c’era alcuna imposizione di orario. I miei genitori inoltre trattavano le femmine come i maschi. Non facevano alcuna differenza. La sola cosa che esigevano dai figli era il rispetto e lo studio».

La madre, Celia de la Serna, convinta anticlericale, è donna energica e infaticabile e incita i suoi cinque figli «a sapere e a dubitare», il padre, Ernesto Guevara Lynch, è brillante, intelligente e pieno di talento ma al tempo stesso incostante e irresponsabile, sempre perso in qualche nuova e fantastica idea. Entrambi sono degli accaniti lettori.

Il giovane Ernesto ha la tempra della madre, è coraggioso e determinato, vuole portare sempre a termine quello che inizia; dal padre ha invece preso l’arte oratoria, la capacità di affascinare.

Il primo viaggio del Che è in sella ad una bicicletta, ha ventuno anni e attraversa dodici province percorrendo 4.500 chilometri nel nord dell’Argentina. Intanto studia medicina ma in testa ha sempre la voglia di viaggiare. Nel 1952 parte in motocicletta con l’amico Alberto, è il mitico viaggio raccontato in Latinoamericana. I diari della motocicletta. Al ritorno consegue la laurea in medicina ma non inizia neppure ad esercitare la professione, vuole conoscere l’America e l’8 luglio 1953 parte di nuovo. Questa volta la partenza sarà definitiva; dopo aver attraversato Sud e Centro America Ernesto conoscerà Raul e Fidel Castro in Messico e con loro partirà per Cuba.

Nel libro Juan Martin ricostruisce gli anni che seguono la partenza del Che dall’Argentina fino alla sua morte nel 1967 attraverso l’esperienza familiare: le notizie, spesso contraddittorie, le poche lettere e telefonate, i falsi annunci della sua morte, il viaggio a Cuba dopo la vittoria dei rivoluzionari e i giorni inebrianti e felici passati sull’isola, infine il lungo silenzio che precede l’annuncio, questa volta vero, della cattura e uccisione in Bolivia.

Juan Martin racconta che per molti anni è stato incapace di andare a vedere il luogo dove il fratello era stato ucciso, era troppo doloroso; così come per tanto tempo si è rifiutato per pudore di parlare di lui e solo adesso ha deciso di scriverne, perché come recita il titolo di un capitolo: «Che altro posso fare, se non piantare semi?»

Non deve essere stato facile per Juan Martin confrontarsi con il fratello, ha solo otto anni quando il Che lascia l’Argentina per sempre, pochi anni dopo è diventato un mito e lo resterà anche a distanza di molto tempo dalla morte. Si capisce che l’ha amato e preso ad esempio per l’integrità morale, le rigorose scelte di vita: non a caso Juan Martin è stato un militante del PRT (Partido Revolucionario de los Trabajadores) e per questo imprigionato dal marzo 1975 fino al maggio 1983.

In un capitolo del libro Juan Martin ripercorre la sua prigionia, i trasferimenti da un carcere all’altro, insieme agli anni della feroce dittatura militare che governò l’Argentina dal 1976 al 1983.

Interessanti sono anche le pagine dedicate a Cuba, al rapporto particolare di Juan Martin e della sua famiglia con i cubani sia all’epoca in cui, con la vittoria della rivoluzione, il Che si trova a ricoprire cariche pubbliche, sia dopo la sua morte e fino ad oggi.

Infine il libro è arricchito da una serie di foto: dei nonni, dei genitori, dei cinque figli Guevara, di Ernesto adolescente e col famoso berretto, un piccolo album di famiglia che credo al lettore farà piacere sfogliare.

Juan Martìn Guevara, Armelle Vincent, Il Che mio fratello, Giunti editore, 2017.

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