LA PAROLA

Tanga

In origine pare fosse di terracotta, di forma triangolare, decorato con motivi simbolici, usato anticamente dalle donne dell’America meridionale per coprire le parti intime. Sì, il tanga – il cui nome deriva dalla lingua dei Tupi un gruppo etnico indigeno del Brasile – fatto di fango impastato con acqua.

Forse, se la sfortunata diciassettenne di Cork, in Irlanda, avesse indossato un tanga di terracotta invece che di pizzo, il suo presunto stupratore 27enne non l’avrebbe passata liscia.

E invece no.

Il 6 novembre scorso, i giudici lo hanno assolto accogliendo la difesa dell’uomo e la teoria del suo avvocato, Elizabeth O’Connell, secondo la quale la minorenne era consenziente (presumibilmente già prima di uscire di casa), o meglio “se l’era cercata”, poiché indossava un indumento intimo «assai sgambato» si legge sul dizionario di Google nella definizione di tanga, e per di più di pizzo. E per suffragare meglio la sua teoria ne ha gettato uno sul banco della giuria. «Dovete guardare come era vestita: indossava un tanga di pizzo nero. Questo non indica forse che la ragazza era attratta dall’uomo o che si aspettava di avere un incontro?» sembra sia stata la sua arringa, riportata su numerosi quotidiani e diventata virale in rete.

Come subito è diventata virale la protesta della parlamentare irlandese Ruth Coppinger, dell’Alleanza anti-austerità, che ha protestato contro la sentenza mostrando in aula un tanga di pizzo blu, mentre ovunque si è scatenato un putiferio che attraverso i social – e non solo – è cresciuto di ora in ora. Sotto l’hashtag #ThisIsNotConsent, le irlandesi hanno postato fotografie del loro abbigliamento intimo in tutte le forme, colori e materiali per richiamare l’attenzione contro l’abitudine di incolpare le vittime di molestie e aggressioni sessuali per quello che hanno subìto. In diverse città del Paese si sono tenute proteste di piazza: a Cork, dove si è svolto il processo, 200 persone hanno marciato fino al tribunale, dove hanno deposto mutandine sulla scalinata.

«Siamo alle solite – scrive Massimo Gramellini nella sua rubrica Il Caffè, sul “Corriere della Sera” – ogni maschio è un irrefrenabile toro da monta e chi gli si avvicina con un drappo rosso, ancorché nascosto sotto i vestiti, sa a quale rischio va incontro. Anzi, lo desidera».

Sarebbe stato divertente raccontare qui la storia di questo indumento intimo, tanto amato dagli uomini e dalle donne, come avvenuto per il bikini, ma purtroppo, a questo giro, la cronaca ha preso il sopravvento sugli usuali contenuti della rubrica “La parola”.

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