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Gramsci, a fuoco il teorico dei mass media

Antonio Gramsci e il giornalismo, un libro che parla al futuro

Firenze – C’è un libro che sta attraversando l’Europa e di cui si sta dibattendo nelle sedi più diverse, dall’Università di Tolone in Francia, ai licei fiorentini, alle librerie cittadine, fino a sedi semisconosciute come l’associazione Sofia in Libris, nel paese di Santa Sofia, nell’Appennino tosco-romagnolo. Il libro, nato da un profondo impegno e un grande studio dello storico fiorentino e funzionario della biblioteca Nazionale Gian Luca Corradi, consiste in una raccolta di lettere, scritti, articoli, saggi di Antonio Gramsci. Una figura che, come lo stesso Corradi sottolinea, ha in sorte di conoscere, a momenti alterni, lo splendore della ribalta e la dimenticanza del camerino. E che tuttavia ha il vantaggio, nei momenti di crisi, di tornare a rivelare, con le sue lucide costruzioni, le basi stesse dell’impegno, politico per qualcuno, intellettuale per tutti.

Il libro, Il giornalismo, il giornalista”, autore Antonio Gramsci, è curato da Gian Luca Corradi.  Introduzione di Luciano Canfora, postfazione di Giorgio Frasca Polara, edito dalla casa editrice fiorentina TESSERE.

Dunque, la lezione che esce dagli scritti di Gramsci è necessaria proprio in un momento storico come quello attuale, in cui la stessa professione di giornalista viene messa in discussione e sicuramente versa in stato di crisi. L’avanzare dell’online è solo infatti l’ultimo e forse il più letale degli strumenti che vanno ad impattare con un’attività di cui si è perso, in un certo senso, i connotati. Giornalista o informatore? Giornalista o comunicatore? O forse giornalista, comunicatore, informatore, critico, selezionatore tutto insieme? Spazzate via le redazioni come luoghi fisici, spazzate via catene di comando fisiche per lasciare in vita quelle virtuali, più spietate in quanto onnipresenti e invasive, cosa rimane della libertà, del giudizio, della capacità del giornalista odierno? ..

Se queste sono le domande del futuro, o meglio del presente circa la professione di giornalista, tornare alle definizioni gramsciane e al suo esempio, è senz’altro utile per ripartire dai fondamenti della professione. Al di là d ciò che Gramsci enuncia in una lettera indirizzata alla cognata Tatiana Schucht nell’ottobre 1931, “Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perché la menzogna entra nella qualifica professionale. Sono stato un giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto nascondere le mie profonde convinzioni per far piacere a dei padroni o manutengoli”, che è l’esempio della “schiena dritta” che un giornalista che si meriti tale titolo deve avere, è nella parte in cui ricostruisce la funzione del ruolo del giornalista che Gramsci dà una serie di coordinate che mantengono ancora ora, nel caos assoluto in cui la professione sprofonda, il loro carattere di riferimento.

Dunque, fra le varie tematiche che la lettura delle 38 note sparse nei 33 Quaderni che Gramsci compose dal 1929 al 1935, che si integrano con 67 pezzi tra gli oltre millecinquecento articoli attribuiti a Gramsci che uscirono su varie testate periodiche, delle 22 lettere, scritte prima e dopo la carcerazione, dedicate sempre alle questioni attinenti ai giornali e al modo di fare informazione, porta alla luce alcune sono senz’altro punti fermi imprescindibili per qualsiasi “ripensamento” della professione.

Innanzitutto, il libro colma una lacuna: finora non era mai stata pienamente sviluppata la disamina dell’attività di teorico delle comunicazioni di massa di Gramsci, che come tale deve essere considerato. Del resto, la sua analisi giunge fino alla grafica del giornale, all’uso del linguaggio con cui si scrive l’articolo, a tutto ciò che lo rende capace di informare e soprattutto di dare il via alla costruzione di una scala di valori. Potrebbe sembrare sinistro, ai nostri occhi contemporanei, ma ciò deve essere inteso come il non cedere alle opinioni correnti, il non lasciarsi andare alla tentazione di “accarezzare” gli istinti della massa. Una lezione che, sempre di questi tempi, ha un valore senz’altro al di là di qualsiasi valutazione.

Ma al di là degli addetti ai lavori, il libro curato da Gian Luca Corradi è una lettura che si adatta a qualsiasi “testa pensante”. In particolare in un frangente storico in cui non solo la professione di giornalista, ma la stessa idea di Sinistra è in crisi. A una Repubblica italiana lacerata e dispersa, una comunità cui è stato scippato persino il suo stesso concetto fondativo, il lavoro (con la flessibilità, i contratti temporanei, le partite Iva) farebbe bene tornare a riflettere se stessa nella lucida analisi priva di alibi e compassione, di Antonio Gramsci. Cominciando dai giornalisti.

Le prossime tappe per quanto riguarda il dibattito aperto dal libro: sabato 25 novembre presentazione e dibattito nella casa comunale di Santa Sofia (FC) con la presenza del curatore Corradi, della giornalista Stefania Valbonesi e del giornalista Oscar Bandini. Mercoledì 29 novembre a Venezia alle 18 in Scoletta dei Calegheri, Campo San Donà, con il filosofo Alberto Madricardo, membro della sezione di Venezia dell’Istituto italiano per gli studi filosofici, ricercatore e docente all’Università di Ca’ Foscari, collaboratore di TESSERE grazie alla partnership con la rivista “Ytali” e con  il curatore del libro  Gian Luca Corradi, storico, funzionario della prestigiosa Biblioteca Nazionale centrale di Firenze. L’iniziativa è stata organizzata dalla associazione Nemus, di cui Madricardo fa parte.

Sempre mercoledì 29 novembre, a Firenze alle 18.30 in via della Pergola Luigi Luporini discute con Daniele Pugliese l’esistenza o meno di nessi fra la figura di Antonio Gramsci e quella di Primo Levi, dei quali nell’aprile di quest’anno è ricorso l’anniversario della morte, il primo 80 anni fa, l’altro 30. Il professor Luigi Luporini è stato a lungo docente di filosofia all’Università di Firenze, mentre Daniele Pugliese, autore della “appassionata” biografia di Primo Levi intitolata Questo è un uomo (prefazione di Massimo Giuliani, con un ricordo di Andrea Liberatori, uno degli ultimi giornalisti che hanno intervistato il testimone della Shoa) e fondatore della casa editrice TESSERE, vanta una lunga carriera all’Unità,  un’esperienza come direttore della Agenzia regionale di informazione, oltre a essere autore di saggi e opere di narrativa.

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