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Còcola

Còcola: da antiparassitario a carezza, la bizzarra storia di una parola

Chissà cosa c’entra il Menispermum Coccolus, albero delle Indie Orientali, con le dolci carezze degli amanti goldoniani. L’origine della còcola, tuttavia, pare proprio venire da lontano: forse un riferimento alle acrobazie del Kamasutra? O ad un afrodisiaco ante litteram, antenato del Viagra? Le ipotesi sono bizzarre, e il mistero s’infittisce. Il Menispermum Coccolus, o Cissampelos Coccolus produce frutti rotondeggianti, un po’ più grossi dei piselli. Una volta seccati, un tempo, venivano ridotti in polvere, per essere utilizzati contro i parassiti della pelle e del cuoio capelluto. Come il significato sia migrato fino a “carezza”, “dolcezza” e altri termini vezzeggiativi, propri del linguaggio amoroso, è piuttosto controverso.

Il Boerio parla di còcola a proposito del grano intero del caffè, con la buccia; togliere la buccia starebbe per cocolar: il riferimento, anche carnale, è piuttosto immediato. Inoltre, le còcole, ossia i frutti polverizzati del Menispermum, erano utilizzate in passato dai pescatori anche come esche. I pesci abboccavano e si addormentavano velocemente, per essere poi catturati con comodo (peccato che la polvere delle còcole fosse velenosa anche per gli uomini). Si potrebbe dire che la còcola, la gentilezza amorosa, possiede un cuore menzognero: secondo l’etimologia, servirebbe a spogliare, a render nudi, nel bene e, purtroppo, anche nel male.

Al contempo, la còcola sta inoltre a significare la veste di sopra, con il cappuccio, indossata abitualmente dai frati. Co i frati smarisse la còcola – recita un proverbio veneto – se torna in tre (“Quando i frati si tolgono la còcola, vuol dire che la famiglia è destinata ad allargarsi”, con buona pace delle vocazioni). L’albero delle Indie Orientali, qui, sembrerebbe contare poco. Il verbo cocolar è divenuto, tuttavia, d’uso comune, traghettato con la doppia “c” nell’italiano (scritto e parlato): i giocatori coccolano le carte, e farsi una coccola sta per “trattarsi bene”, addirittura “prendersi una pausa”.

Diverso è il caso del veneziano cocolesso, che – nonostante le apparenze – è un termine dispregiativo: fare i cocolessi significa cercare di conquistare, di sedurre con smorfie ed atteggiamenti affettati; mostrare una faccia accomodante ma, in realtà, nascondere un secondo fine (non sempre benevolo). Si dice, ad esempio, che el paròn de casa (non il campanile di San Marco, bensì il Sindaco) fa i cocolessi in campagna elettorale; così i venditori spregiudicati. Mentre la còcola pura, bacca o tegumento, abito o polvere della passione, resta cristallizzata nei prodromi dell’atto amoroso, un po’ pudica, un po’ sfacciata.

 

 

 

 

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