CONVEGNI CRITICA DIALOGARE IN PACE VISIONI

Sbagliare si può. Cambiare si deve

La giustizia riparativa, volta a ricucire lo strappo fra vittime e colpevoli ed a far comprendere ad entrambi le motivazioni dell’altro, fa il suo ingresso in una scuola alle porte di Firenze. A parlare ai ragazzi, Manlio Milani, che nella strage di piazza della Loggia ha perso la moglie, e Franco Bonisoli che partecipò all’assassinio di Aldo Moro.

La giustizia riparativa, volta a ricucire lo strappo fra vittime e colpevoli ed a far comprendere ad entrambi le motivazioni dell’altro, fa il suo ingresso in una scuola alle porte di Firenze. A parlare ai ragazzi, Manlio Milani, che nella strage di piazza della Loggia ha perso la moglie, e Franco Bonisoli che partecipò al sequestro ed all’uccisione di Aldo Moro.

ALESSIO FORASASSI, FRANCESCO GIOVANNINI, RICCARDO TELLINI*

«Una persona può sbagliare, ma può cambiare; è necessario credere nella possibilità del cambiamento». Parole significative quelle pronunciate davanti agli studenti di 3 quinte classi dell’istituto Gobetti-Volta di Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze, da Manlio Milani.

Il 28 maggio 1974 – ormai 43 anni fa – sua moglie Livia Bottardi, 32 anni, insegnante di lettere alle medie, muore a Brescia durante una manifestazione indetta dai sindacati contro il terrorismo neofascista, insieme ad altre sette persone. Un centinaio sono i feriti. Una bomba nascosta in un cestino di piazza della Loggia esplode con un boato assordante. L’ordigno è stato messo da alcuni membri del gruppo neofascista Ordine Nuovo, individuati e condannati dopo molti anni di indagini, depistaggi e processi.

La manifestazione viene interrotta: un video con la registrazione originale dell’esplosione, le grida delle persone, l’invito degli organizzatori a non farsi prendere dal panico testimonia quel giorno.

Manlio Milani è il presidente dell’Associazione familiari vittime della strage di piazza della Loggia e della Casa della Memoria. La sua testimonianza – volta ad affermare il principio della giustizia riparativa che prende a modello la Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica post apartheid ed ha preso corpo, insieme ad altri familiari delle vittime degli anni di piombo e ad ex membri di gruppi di lotta armata nel Gruppo dell’Incontro, dal quale scaturisce Il libro dell’incontro di Guido Bertagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato (Il Saggiatore, ISBN 9788842821458, € 22) – giunge preziosa e carica di senso di umanità, raccontando la terribile esperienza che è stato costretto a passare, nella scuola fiorentina, dove il professor Silvio Biagi si è fatto promotore di un incontro fra gli studenti e i protagonisti di un passato non così lontano da poter essere dimenticato.

Nell’introdurre l’incontro il professor Biagi ha parlato della storia degli ospiti, dicendo che «non si sono fermati a un certo punto del loro percorso devastato dalla violenza. Hanno avuto il coraggio, la forza e l’intelligenza di andare avanti. Hanno saputo ricucire, ricreare, “ri-tessere” rapporti che altrimenti sarebbero stati azzerati, a non farsi attrarre nel gorgo del niente, ed anzi a trasformare dolore e sofferenza perché dessero vita e un contributo anche alle generazioni successive».

La strage di piazza della Loggia è solo uno dei tristi eventi che hanno caratterizzato gli anni di piombo, uno dei periodi più oscuri della storia italiana: la violenza, da alcuni, era ritenuta l’unico mezzo attraverso cui poter raggiungere i propri ideali.

È proprio attraverso la violenza che le Brigate Rosse hanno ritenuto necessario uccidere innumerevoli persone per raggiungere quell’ideale propugnato dalla filosofia marxista. Attraverso la stessa violenza i fascisti misero quella fatidica bomba nel cestino e molte altre su treni, in stazioni, in luoghi affollati.

Ma quelle che morirono erano persone, con una storia ed una vita alle spalle. Insegnanti, operai, partigiani, padri di famiglia. C’era chi li conosceva ed ha sofferto per la loro morte. Milani era uno di questi, ma non si è arreso al suo dolore. È andato oltre la cieca furia della vendetta: con molta emozione ha raccontato come dopo la morte della moglie ha fatto ritorno in piazza: «È come se la città mi avesse parlato: io ero solo un cittadino più sfortunato di altri, ma la strage aveva colpito tutti».

Da qui la scelta dell’incontro, della testimonianza: perché anche quei mostri hanno un volto, un nome, un cuore. E incontrandoli, ha capito che anche loro soffrivano di un dolore diverso. Erano spinti anche loro da ideologie politiche che disumanizzavano, semplicemente, le metodologie erano diverse.

Nell’incontro al Gobetti-Volta – durante il quale era previsto un collegamento con la figlia di Aldo Moro, Agnese, purtroppo non riuscito per motivi tecnici – era presente anche Franco Bonisoli, che sembra essere l’esempio di come un uomo possa cambiare.

La parola passa a lui, e la sua testimonianza – a tratti rotta dal pianto – è di una concretezza incredibile: il silenzio dimostra quanto anche i ragazzi siano colpiti profondamente. L’abbandono della famiglia a soli diciannove anni, l’entrata nelle Brigate Rosse, la clandestinità, gli attentati, la perdita della sua stessa umanità. Fu così che il 16 marzo del 1978, Bonisoli insieme ad altri militanti attivi delle Brigate Rosse partecipa al rapimento del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Terribili esperienze che lo hanno portato ad essere l’uomo che è oggi. Un uomo pieno di rammarico per aver ucciso delle persone e per aver ritenuto i suoi stessi ideali più importanti delle loro vite.

«La vita che avevo intrapreso significava attentare: uccidere» dice, con la voce commossa.
 Dopo 22 anni di carcere, abbandonata ormai quasi ogni speranza, ritrova il senso della parola “dignità” grazie a un cappellano che per primo riconosce lui e i suoi compagni come uomini, chiamandoli “fratelli”. La sua pena viene ridotta e alla fine viene rilasciato per buona condotta in libertà vigilata.

Da quel momento anche lui ricerca l’incontro con i parenti delle vittime, non necessariamente quelle della sua violenza.

Insieme a Milani è uno degli esempi di come sia effettivamente possibile riuscire a creare un dialogo fra i colpevoli e i colpiti. Per dimostrare che loro, sebbene apparentemente così diversi, sono accomunati dalla cosa più semplice: essere persone. Si tratta di una giustizia che trascende la concezione della pena com’è sempre stata intesa. La “giustizia riparativa”, appunto, il tentativo di un nuovo approccio alla criminalità, che tenta di “ricucire” prendendo in considerazione le motivazioni umane, il danno che viene fatto all’intera comunità ed il rapporto fra le singole persone.

«La violenza è un gesto umano, e come tale deve essere considerato. Dobbiamo cercare di comprendere i veri motivi che hanno spinto una persona a compierla», dice Manlio Milani dando un chiaro messaggio di speranza: attraverso la comunicazione, il linguaggio e la comprensione che nascono dagli incontri che la Giustizia Riparativa rende possibili, gli uomini possono ricreare le relazioni che sono state distrutte.

E, forse sì, creare un mondo migliore.

* ALESSIO FORASASSI, FRANCESCO GIOVANNINI, RICCARDO TELLINI sono studenti del Liceo Gobetti-Volta

che hanno partecipato all’incontro.

Il video della presentazione de Il libro dell’incontro in Senato il 19 gennaio 2017

 

Il programma degli incontri sulla giustizia riparativa organizzati al Liceo Gobetti Volta ha visto le conferenze del professor Giuseppe Gambino su «Il 68 studentesco ed il 69 operaio; la strategia della tensione» (21 dicembre 2016) e su «La strategia della tensione. Le Brigate Rosse e “la lotta armata”» (22 dicembre 2016); l’incontro con Anna Borghi e Giacomo Vazzana su «Nascita, storia ed esperienza del Gruppo dell’Incontro: un esempio attuale di giustizia riparativa» (27 marzo 2017). Giovedì 6 aprile 2017 ci sarà l’incontro con l’associazione “Rondine Cittadella della pace” su «La giustizia riparativa nell’esperienza della convivenza tra studenti originari di paesi tra di loro in conflitto». Saranno presenti due studenti attualmente ospitati presso la Cittadella di Rondine (Arezzo).

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