* MEMORIE VISIONI

Cronache virali 4

Ultima puntata delle “Cronache virali”, il diario tenuto da Beppe Ceretti durante i giorni più angoscianti della pandemia che ancora rende quasi surreale le nostre vite con l’interrogativo se almeno saremo in grado di trarne la dovuta lezione. Grazie a Beppe Ceretti e ai nostri lettori.

1° Maggio

La finestra sul cortile

 

L’altra sera, per i 40 anni dalla morte di Alfred Hitchcock, ho rivisto, dopo un’eternità, “La finestra sul cortile”. Straordinario film concepito dalla mente visionaria del maestro, con James Stewart, una splendida Grace Kelly e Thelma Ritter, l’infermiera Stella con la quale Stewart intesse dialoghi surreali, intrecciati di macabro e ironia. Tanto per rovinare la sorpresa, m’ero dimenticato che l’assassino è il mitico Perry Mason, al secolo Raymond Burr.

Che c’entra, la finestra sul cortile con quanto accade in questi giorni?

C’entra, eccome; anzi, c’azzecca, direbbe Antonio Di Pietro.
C’entra perché il ventaglio di titoli che mi propongono i siti d’oggi mi fa venire in mente il variopinto mondo che appare nel film al reporter Jeff, costretto su una sedia a rotelle per via d’un incidente sul lavoro.

Che altri è il nostro computer se non una finestra sul cortile dalla quale osserviamo le nostre ansie, i nostri rancori, le nostre insicurezze o gettiamo i nostri giudizi perentori, attenti a cancellare la nostra identità, l’unica che darebbe senso a quelle cataste immateriali?

 

Un ventennio fa, per ragioni professionali, mi trovai a fare i conti con le prime consultazioni online e rimasi stupito da tanta ignorante baldanza. Nonostante la materia (domande e risposte su quesiti di carattere finanziario e tributario) suggerisse altro, era devastante il mare di atroci imbecillità dalle quali si veniva travolti. Tanto da suggerire filtri, comunque insufficienti a porre argine.

Nel tempo ho recuperato un approccio meno scioccamente conflittuale con un mezzo straordinario che è comunque parte imprescindibile delle nostre relazioni.

Tuttavia un problema non è mai venuto meno e si riassume nel concetto di responsabilità. È sulla base di questo principio etico che sono nate e si sono sviluppate le grandi democrazie, che hanno trasformato gli individui in cittadini, in membri della polis. Tra le parole che dal principio del terzo Millennio paiono aver subìto un fatale declino, un posto di diritto spetta proprio a questo sostantivo, responsabilità, così spiegato dai dizionari della nostra amata lingua: “Consapevolezza delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano”.

Una definizione che da sola suggerisce i motivi di un progressivo oblio in una società sempre più incline a demandare tale principio a un’autorità superiore che ci assolve da ogni vincolo morale e giuridico: “L’ho letto su Internet, l’ho visto su Internet” si ripete spesso, anonimo o irrilevante l’autore. È così che, se la legge scritta fatica a trovare udienza, quella morale insita nel concetto di responsabilità è nulla più che un flatus voci. Nei celeberrimi dipinti di Pieter Bruegel, gli uomini impegnati nell’edificazione della Torre di Babele appaiono minuscoli, inadeguati al superbo e ambizioso compito di creare un unico luogo dove un popolo solo parlasse una sola lingua.

Tale a volte mi appare la “selva oscura” del mondo web, con quel vociare confuso, come quello fittissimo d’oggi, con chi parla persino a nome dei morti, con quella miriade di parole che mi circondano, mi avvolgono e spesso mi danno un senso d’angoscia.

Sarà, mi giustifico, che il mezzo del cammin della mia vita, anche a peccare d’ottimismo, l’ho superato da un pezzo; sarà che quando ho iniziato il mestiere di giornalista c’erano macchine calde che fondevano il metallo e noi giovani scrivevamo su ferrivecchi dai tasti lontani e spesso il dito precipitava tra una lettera e l’altra; sarà, ancora, che quel turbinio di emoticon mi provoca un’istintiva reazione allergica.

 

Allora che fare? Restare chiusi nel recinto della propria paura? La soluzione è davvero non concedersi mai? Sto per rispondermi, sì, non c’è dubbio, quando mi vien da pensare che il mondo non è né bello né brutto, solo non è fatto a nostra, a mia immagine e somiglianza. È il game bellezza mia, mi risponderebbe Alessandro Baricco, e non puoi farci niente. Anche se continuo a pensare che le élite, le caste, non siano solo un privilegio dell’uomo analogico, ma uno dei substrati dell’umana natura.

In una bella intervista al Corriere, Renzo Piano sostiene che non serve aver paura del futuro perché è l’unico posto dove possiamo andare. Condivido, con responsabile paura.

 

Allora mi chiedo: come posso mettere d’accordo il primo io, quello della paura del nuovo universo della comunicazione, con il secondo che in quest’oasi comunicativa trova conforto e che non sa resistere all’istinto quotidiano di gettare uno sguardo dalla finestra sul cortile?

Non c’è spiegazione. Sono allo stesso punto di sempre, l’ho scritto e riscritto, anche in queste note virali: capire che non c’è nulla da capire. Così cantava il grande Gaber, che aggiungeva, non è forse capire?

Meglio: capire che l’universo web è e sarà come noi vogliamo che sia, come noi siamo e saremo capaci di modellarlo. Perciò è un’impresa senza età e senza tempo, che coinvolge tutti.

Anche chi, da tempo, ha superato il mezzo del cammin di vita sua.

 

2 maggio
La perseveranza

 

A proposito di paura. Manca solo un giorno alla conclusione della doppia quarantena che ci ha confinato entro spazi ristretti per oltre due mesi. Siamo comunque ben lontani dalla fine di quest’emergenza che avverrà solo con la scoperta di un vaccino.

La fase 2 sarà caratterizzata da parziali aperture del mondo del lavoro e della nostra vita quotidiana che hanno suscitato non poche critiche: molte legittime, alcune strumentali.

Tuttavia ho come l’impressione che si continui a recitare a soggetto, nell’esercizio della politica come nella vita d’ogni giorno.

Credo che l’intensa partecipazione alle vicende del mio Paese, mi possa dispensare dall’accusa di qualunquismo. Sento tuttavia tornare la vecchia illusione, la voglia di passato prossimo, come se nulla fosse cambiato. Come se il problema fossero solo i prossimi quindici giorni, le solite uscite ed entrate in scena: fuori Renzi, dentro Forza Italia, signori in carrozza.

Anche il dibattito di maniera che si è svolto in Parlamento mi è parso chiuso, una serie di monologhi.

Il presidente del Consiglio, reduce da un confuso messaggio alla nazione in cui ha lasciato svanire la positiva impressione suscitata dalle vibranti parole pronunciate nel pieno della pandemia, persino con un empito di sincera commozione, ha giocato in difesa, con un linguaggio tornato oscuro, involuto.

 

Ma davvero, e ciò vale per tutti noi, nessuno escluso, si può credere che si possa tornare al recente passato?

Questo non è un terremoto, non è una calamità naturale.

Proprio un paio di giorni fa è stata issata l’ultima campata (si dirà ancora campata?) del nuovo ponte di Genova, lo chiamiamo così in attesa del nuovo nome e di un vero e proprio battesimo del traffico.

Ma di quel ponte, come di ogni altra meraviglia della tecnica, dobbiamo chiederci che cosa ne vogliamo fare. Il vecchio ponte Morandi, meglio non dimenticarlo, è sì caduto per l’incuria di chi colpevolmente non ha posto mano alla necessaria manutenzione, ma anche per la generale indifferenza con la quale si sono lasciati transitare su quel viadotto carichi di proporzioni inusitate e a velocità via via sempre maggiori e ben sopra il lecito.

 

Oggi non ci sono altri ponti, case, strade distrutte. Proprio per l’inaudita violenza di questo terremoto senza terremoto, dobbiamo chiederci quale società vogliamo edificare.

Ciò significa rigenerare un tessuto economico che dovrà essere diverso da quello del passato; significa mutare nel profondo una macchina burocratica che rende ogni generoso progetto una chimera (le scuse di Conte sono al proposito eloquenti); significa porre mano a una gigantesca riforma del lavoro rispetto a quello tradizionale sin qui vissuto.

Se la contingenza ci costringe oggi a discutere di metri, distanze, mobilità sociale, abbiamo il dovere di guardare non più al futuro, ma a un presente prossimo e mi si perdoni il pasticcio grammaticale.

Io credo che sia il momento di dire basta alla speranza. Di grandi ne aveva l’amico Pip dello straordinario romanzo di Dickens, poi naufragate. Eppure anche lui trova la forza di ricominciare dalle macerie con l’amata Estella: “Non vedo l’ombra di un altro distacco” dice, in un finale né pessimistico né ottimistico, ma di accettazione della realtà.

 

Un grande amico di Vidas, il filosofo Salvatore Natoli, sostiene che occorre fare di più, è ora di andare oltre la speranza. Ci vuole perseveranza, ovvero l’agire faticoso e quotidiano dentro le difficoltà. Ogni giorno, contro la tendenza a lasciarsi andare: al fatalismo, alla paura, a ogni turbamento che ci scuota.

Torno così alla parola paura che ha inaugurato questa giornata e che in perseveranza trova il suo opposto.

Quale sentimento comune prevarrà?
Se dò retta alle voci del dibattito parlamentare prevale la paura. E la paura conta perché sono proprio quelle le voci, destinate da noi, a tracciare l’itinerario. Né credo, anzi mi fa ribrezzo l’idea che l’aula parlamentare sia altro dal Paese reale. Quell’aula è ciò che noi siamo, nel bene e nel male. Così l’abbiamo voluta.

Se questo è il pessimismo di fondo, ciò non cancella la perseveranza. Dice Natoli: se sperare è un sentire, perseverare è un agire. Infatti c’è chi in questo Paese, giorno dopo giorno, continua la propria battaglia in una lotta che sembra non conoscere tregua.

 

3 maggio
La disinfezione dello spirito

 

La giornata si presenta luminosa, come di rado accade, complice anche un vento lieve che viene da sud.

La domenica debutta nel quartiere con un dolce silenzio. Anche il popolo dei cani stamane pare essersela presa comoda. L’ultima pausa prima della fase 2 o, se preferite, la fine della fase 1, tra speranze e timori.

Inutile negare quell’incertezza che domina i pensieri. Per la prima volta nella mia vita penso a ciò che fino ad ora mi è parso istintivo: gesti, abitudini d’un’esistenza saranno ora posti al vaglio della mia ragione e coscienza di cittadino. Una sorta di nuovo cammino a responsabilità limitata. Non è, non sarà solo la bardatura a fare la differenza: mascherine, guanti, ma la nostra capacità di interiorizzare nuovi comportamenti, trasferiti d’imperio dalla ragione al rinnovato istinto.

Confido nell’uomo e nella sua straordinaria natura abitudinaria. Certo è che finalmente solleveremo lo sguardo e, sia pure per stato di necessità, guarderemo con maggiore attenzione l’altro, che tanto spesso sfugge alla nostra osservazione.

Mentre così penso, un uomo fa capolino dalla chiesa, con le porte spalancate e ha in mano una ramazza per pulire il sagrato. Esce anche un prete, in pantaloni neri e camicia grigia. I due chiacchierano. Tra non molto, immagino, si sentirà il suono delle campane che annunciano la cerimonia domenicale, ancora senza la presenza di fedeli.

Dal completo nero alla tonaca. La sequenza mi riporta a tanti, troppi anni fa. Tra i confusi rimasugli del desktop conservo una fotografia tra le più amate. Sul campo dell’oratorio della mia prima giovinezza è schierata una strana formazione che di calcio è e non è, con prevosto, curato e amici d’un tempo. Tra loro, uno dei più cari, con un improbabile maglione a V, assorto, come già fosse conscio del lavoro che di lì a poco l’attende sul campo. Diego, amico caro, che ci hai lasciati troppo presto.

 

L’oratorio, il pallone da gonfiare con la siringa, bastava poco per gioire e non posso fingere indifferenza nel timore d’apparire retorico o per il rispetto che comunque devo a una comunità di credenti alla quale non appartengo dalla fine dell’adolescenza.

Al contrario quei luoghi, la chiesa, sono parte integrante della mia formazione e negarlo sarebbe ipocrita.

Osservo dunque l’istantanea e il pensiero corre a noi ragazzini nella chiesa di San Francesco di Paola, in fila davanti al confessionale. Entrata e uscita rapida, con recita meccanica dei nostri peccati alla grata dove il prete non tendeva manco l’orecchio. Mezzo minuto e via, assoluzione con noncuranza.

Capitava anche che il parroco facesse capolino dal paravento per mettere a tacere le nostre risate. Non sapeva, il tapino, che proprio lui era l’oggetto di tanti sghignazzi, per quella sua incapacità a pronunciare la doppia consonante s della parola intercessione che diventava inesorabilmente “intercezione”, pedaggio dovuto alla sua brescianità.

Dopo la Confessione del sabato, via a casa o al campetto col massimo impegno, per cercare di evitare le occasioni che potevano indurci in tentazione, per non insozzare le nostre anime fresche di bucato fino alla Comunione del mattino dopo. Impresa facile nei primissimi anni, ma già complicata da acerbi adolescenti.

Chi riusciva a resistere per ventiquattr’ore senza peccare “con parole e opere” quasi sempre finiva per cascarci con i pensieri. Stranamente, infatti, non si veniva mai colti da un numero così cospicuo e da una varietà così infinita di pensieri come nel breve tempo che intercorre tra la Confessione e la Comunione.

Lo ammetto, ma penso di poter parlare anche a nome dell’accolita dei ragazzi d’un tempo che fu, dei quali ora mi chiedo: che faranno, dove saranno, ci saranno? Lo ammetto, dicevo, ma durante quelle ore angosciose mi passavano per la mente sconcezze di ogni genere, impossibili da cancellare manco con il sonno.

È in questo stato di dubbio candore che mi presentavo all’altare il mattino dopo per ricevere a digiuno il Corpo del Signore.

Pieno di quei sensi di colpa che sono forse la più evidente eredità della prima stagione della giovinezza, che non solo non mi hanno mai abbandonato, ma hanno agito in tutta la mia vita come potente fattore condizionante.

 

Anni dopo ho rintracciato una straordinaria chiave di lettura nell’analoga esperienza di un grande scrittore magiaro, Sandor Marai, che così scrive nelle sue Confessioni di un borghese: “Non sospettavo neppure che la nostra virtuosa obbedienza nulla avesse a che fare con la vera fede. Tuttavia ritengo di non essere blasfemo se penso a quella chiesa come una specie di clinica per la disinfezione spirituale”.
In quello strano luogo di cura oratoriale trovai anche un giovane e amatissimo curato (eccellente giocatore di pallone, dotato di tecnica sopraffina, che si arrotolava prima la tonaca alla vita e poi le braghe ai polpacci prima di entrare in campo) che fu, sino ai primi studi liceali, un grande punto di riferimento, che ci spinse sul sentiero delle riflessioni del gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin, un’intelligente miscellanea di religione e scienza che aveva in Cristo il suo punto terminale.

Poi trovai altre strade, più terrene come si conviene a quegli anni e soprattutto in quegli anni.

 

Perché ricordo quel tempo? Non so, ma son certo che è l’effetto straniante del coronavirus.

 

4 maggio
Il ginocchio della lavandaia

 

Il village di San Siro si anima, ma senza strafare, con giudizio. Altrove non so. Sono indeciso se uscire da questa tana.  Capisco la prudenza con la quale molte specie animali escono dal letargo. Fiuto l’aria dal balcone e osservo una certa animazione nei dintorni, ma nulla di eclatante.

Nella palazzina di fronte, via ai lavori di ristrutturazione. Meno auto del solito nei parcheggi. In questa tarda mattinata i siti segnalano solo le code in stazione, soprattutto per accedere alle carrozze del Milano – Napoli. La fase due inizia in sordina, ma siamo solo nella mattinata inoltrata.

 

Anche i giornali di ieri sono il pretesto per tirar tardi. Li risfoglio con studiata svogliatezza e mi trovo di fronte a un articolo del Corriere che mi era sfuggito. Si parla, con dovizia di citazioni, degli studi realizzati in queste settimane sul coronavirus e dei segnali a esso collegati.
Il titolo: “Geloni, orticaria e tremore. Ecco i nuovi sintomi del contagio”.
Leggo con attenzione di eruzioni, vescicole, rash cutanei, desquamazione e dopo cinque minuti scarsi mi accorgo di avvertire pruriti prima vaghi e che si fanno via via più intensi. Una sorta di moto spontaneo m’induce a sfregarmi occhi e mani mentre autorevoli Cdcp, ovvero Centers for Disease Control and Prevention illustrano, da un capo all’altro del globo, un ventaglio di segnali dell’incedere del Coronavirus che mai avevo preso in considerazione. Una natura camaleontica e mutante che non dà solo febbre, tosse e affanno.

 

Tra i miei molteplici difetti, non credo ci sia l’ipocondria. Vivo in un decente equilibrio con la mia età, eppure capisco, dopo questa lettura, quale riflesso possa scatenare un elenco generico di segni premonitori in una situazione precaria come non mai.

Conosco, come tutti, persone che si lasciano impressionare da sintomi vaghi e leggono in modo compulsivo i bugiardini dei medicinali. Srotolano le caratteristiche di un prodotto e si convincono via via di avere buona parte delle affezioni che quel farmaco combatte, compreso il ballo di San Vito.

Alcuni malanni scoprono di averli sin dalla nascita, quindi irreparabili. I più coscienziosi arrivano a certificare di soffrire, senza dubbio alcuno, di gastriti croniche e d’ogni genere di malattie articolari e forse considerano un piccolo sopruso non patire di gotta, ginocchio della lavandaia e gomito del tennista.

Per non parlare delle auto visite mediche e della lettura di referti complicati che certificano lo status di ospedale ambulante o del controllo di pulsazioni cardiache e pressioni sanguigne a ripetizione. Con il risultato di stupirsi che quel vecchio organo continui a battere, nonostante disastrose evidenze.

 

Dulciso meglio amarum in fundo(latino maccheronico, adatto allo scopo) l’esame della lingua allo specchio con grotteschi sforzi di sbirciare sino in fondo e con la certezza, stante una repulsiva patina bianca, di avere la scarlattina (pronto? Ho mai fatto la scarlattina da piccolo? No? Come io che ne so? Come non ricordi?).

Ben che vada si raggiunge la certezza di avere “il fegato in disordine” che non si sa bene che cosa significhi, ma fa effetto dirlo.

Niente di tutto ciò. Insomma ho vissuto sin qui in relativa tranquillità.

Eppure non posso nascondere la sottile inquietudine che mi ha indotto una simile lettura, suffragata dall’opinione d’insigni clinici. Forse in altre circostanze avrei avuto un atteggiamento più distaccato, ma ora, giunto a pagina quattordici dopo tredici di avvertimenti, ammonizioni, tabelle di contagi, non riesco a frenare conati d’ansia.

Forse è la ragione per la quale oggi mi cimento in un genere che non mi è proprio. Occorre riderci su e per qualche ora vedere l’effetto che fa. Spero liberatorio.

 

Mentre così rimugino, non resisto alla tentazione di gettare l’occhio sulle ultimissime e mi trovo l’immagine di Milena Gabanelli, straordinaria giornalista dalle mille inchieste, che ha l’unico difetto di avere quell’aria perenne da Saint Just che inquieta la mia fragile mente. Milena, severa, a conclusione del suo ennesimo studio-inchiesta, mi ammonisce: “Attenti, con 359 casi al giorno gli ospedali tornerebbero in crisi”.

D’accordo, farò attenzione, ma penso che un suo raro sorriso sarebbe un potente antidoto nel mio personale bugiardino. Anche se non c’è nulla da ridere.

 

5 maggio
La parabola del lavoro


Il lavoro. Non c’è quotidiano, rivista o sito che non abbia al centro la magica parola. Stamane spicca la notizia di un fitto dialogo tra il presidente del Consiglio e i vertici delle Regioni per anticipare aperture di altre attività lavorative, previste per il 18 maggio.

Non è forse questa la pandemia nella pandemia, l’altro virus con il quale saremo costretti a fare i conti nel prossimo futuro?

Da un lato si reclama a giusta ragione l’intervento dello Stato, anche secondo una legittima logica risarcitoria; dall’altra si ammonisce a non fare del medesimo Stato l’ombrello di ogni attività economica, aperto a tempo indefinito. Le misure di sostegno pubblico, i sussidi sono oggi indispensabili, ma non sono una sinecura a scadenza illimitata.

Servono quindi spirito d’iniziativa, meno burocrazia e nuove idee.

Se questo è l’oggetto dell’attuale contesa, mi rendo conto di quanto le sintesi siano astrazioni, necessarie, utili, persino nobili, ma incapaci di offrire anche solo uno squarcio minimo di ciò che sarà il nostro futuro prossimo.

Non esiste infatti un lavoro, ma esistono i lavori e ciascuno reca caratteristiche mai simili le une alle altre, mai riconducibili ad astrazioni di comodo.

 

Perciò diffido di ricette mirabolanti.

 

Mi resta nel profondo un’idea del lavoro ancorata al secolo scorso, ormai forse più un’astrazione che un dato concreto. Nell’ipotesi più edificante è quella dell’homofaberdella chiave a stella di Primo Levi.

Anche nella visione conflittuale tendo infatti a riprodurre schemi mentali che mi erano familiari nella seconda metà del Novecento e che oggi non so più bene a che cosa servano.

Quando mi capita di parlarne, è sempre più raro, con le generazioni nate a partire dagli ultimi vent’anni del secolo scorso, i trenta-quarantenni d’oggi, capisco di non avere più né le antenne né i riferimenti del passato.

Di una cosa sono certo nella varietà dei contatti: la diffidenza profonda verso istituti pensati contro ogni logica temporale. Per fare un solo esempio la quota cento vista, a prescindere dalle posizioni politiche, quale regalia senza prospettive, un conto aperto che saranno proprio queste generazioni e le future a dover pagare.

Se ciò fa parte della logica del tempo, resta il mio smarrimento di fronte alla precarietà del lavoro, ormai diventata dato strutturale e accettata quale condizione del presente, che tende a fagocitare senza sosta problemi e drammi quotidiani.

Penso a Taranto, alla chiusura delle acciaierie, alla fine di un’epoca che in altri tempi avrebbe causato veri e propri incendi sociali.
Oggi la parabola degli esuberi causati da obsolescenza, dei sacrificati da processi di deindustrializzazione svanisce in fretta all’orizzonte pubblico, non certo da quello privato dei coinvolti. E chissà se servirà a tenere la barca in galleggiamento e se qualche nave più solida davvero arriverà in soccorso.

Di una cosa sono ragionevolmente certo. Che oggi il lavoro, contrariamente a quanto hanno pensato la mia generazione e anche quelle che mi hanno preceduto, non è né davanti né dietro l’angolo, ma una nebulosa indefinita, per lo più dietro percorsi di studi con scarse prospettive, nonostante i tentativi di modernizzazione e l’uso delle nuove tecnologie.

Anche il cosiddetto lavoro a distanza rischia di restare una scatola vuota se non è preceduto da forti investimenti di denaro e sapere in quella direzione. Nella migliore delle ipotesi rischia infatti di trasformarsi in una sorta di cottimo indefinito, una categoria che qualifica il posto invece dell’uomo.

In un lontano passato ci sono stati nobili tentativi di prendere strade diverse, poi interrotte e non solo per la sconfitta o la prematura scomparsa, si veda il caso Olivetti, di chi le ha poste in essere.

Il sapere accumulato nel tempo, suggerisce l’esperienza, anche la più modesta, serve a poco se non si collega al fare e al sentire dell’uomo d’oggi.

Vedremo, vedranno le generazioni future se ciò che accadde nel Venti del Terzo Millennio sarà stata l’occasione per invertire la rotta.

 

6 maggio

Dieci piccoli esempi

 

La normalità è un concetto relativo. Dipende da ciò che consideriamo norma. È una variabile estrema del tempo, dei luoghi, dei costumi: “Una condizione riconducibile alla consuetudine, interpretata come regolarità o anche ordine”, suggerisce il vocabolario.
E che cos’è il “ritorno alla normalità” che oggi con tanta assiduità auspichiamo? Qui la grande enciclopedia Treccani si fa cauta: “Espressione spesso servita a mascherare un forzato, e talora sanguinoso, ristabilimento dell’ordine o comunque l’adozione di metodi repressivi”. Diavoli di compilatori, pardon lessicografi, a pensar male impiegano un attimo!

Le parole e le immagini che scorrono stamane dinnanzi ai miei occhi, per fortuna, non suscitano tanti e tali inquietanti pensieri.

Tuttavia la nostalgia della cosiddetta normalità, in questi primi giorni della seconda fase, è il denominatore comune dei notiziari online e cartacei. Non sempre facile, come dimostrano dieci, piccoli esempi, tratti da letture mattutine.

 

Primo
A Calliano, un paese in provincia di Trento, un orso passeggia per le vie, si aggrappa ai balconi e scende dalle scale di un condominio, con gran sussiego se è lecito. Chiamate a raccolta dalle finestre. Dopo qualche esercizio sulle ringhiere, se ne va. Neanche gli orsi sono più quelli di una volta.

 

Secondo
A Codogno, il paese del Lodigiano epicentro del primo terremoto del coronavirus, la gente passeggia tra le bancarelle del primo mercato riaperto: poca, a debita distanza e protetta da mascherine. Niente di eclatante, ma c’è. Quanto basta. Solo poco più di un mese fa le vie di quel lembo di pianura padana erano il simbolo della pandemia.

Terzo
La smorfia ghignante di Trump e il titolo, che riporta non so se un auspicio o un ordine di servizio del presidente Usa: “Riaprire anche a costo di più morti”. Macabro. Alla sua destra siede Pompeo, nomen omen, che un giorno agita il fantasma della Cina e il giorno appresso quello dell’imponderabilità del Covid.

 

Quarto
È simile al precedente, ma solo per via di una criniera gialla.  Il tono è ben altro. Il miracolato presidente britannico Johnson si spende negli ennesimi ringraziamenti a chi l’ha curato e con quell’aria e voce da cane bastonato pare promettere che mai più pronuncerà la parola gregge. Comunque vada, i sondaggi lo accreditano di una popolarità senza precedenti. A Coronavirus donato non si guarda in bocca.

 

Quinto
A proposito di gregge, il virologo che ha convinto Johnson a rinunciare all’accidentata strada immunitaria del gregge è stato costretto a lasciare l’incarico, dopo che i reporter l’hanno sorpreso a un incontro con l’amante. Era convinto di poter passare dalle parole ai fatti. Quell’incontro fuori dal gregge, era solo un segno di coerenza. Incompreso.

 

Sesto

Le acque del fiume Sarno, dopo un paio di mesi di evidenza cristallina, tornano ai loro colori innaturali, dal marrone all’iridescente, grazie agli sversamenti illegali di aziende che operano sulle rive del corso d’acqua campano. Sospiro di sollievo, eravamo preoccupati.

 

Settimo
A proposito di Campania. Il presidente De Luca, più incazzoso del sottoscritto, dopo le mille minacce a chi oserà valicare i confini della sua terra dall’endemico Nord, confessa. “Volevo avere il potere di non fare uscire i runner da casa”. Proprio nel senso d’impedimento fisico.

 

Ottavo
Ronaldo è tornato. È atterrato a Caselle alle 22,22, un numero che è una premonizione. Scortato da una “carovana di van e mezzi delle forze dell’ordine” è tornato a Torino e ora “si allena in villa”. Altro sospiro di sollievo. Resta il problema di quando e se si gioca, ma è un dettaglio.

 

Nono
È la gioia di un cane che ritrova la sua padrona e si spreca in caleidoscopici mulinelli di festa. Un minuto di felicità allo stato puro.

 

Decimo
I Queen dedicano You are the Championsa medici e infermieri. Con loro, inutile dirlo, anche la voce che viene da lassù di Freddie Mercury.

 

Ma l’auspicio vero che la normalità, come la intendiamo noi comuni mortali, sia a un passo, nasce da una notizia ingiustamente relegata nelle retrovie dei notiziari online e che ci riconduce ad amate consuetudini primaverili: “Disponibile il 730, entrano le spese per i dietisti”.

Sento lontani sospiri di sollievo nelle masse dei contribuenti.

 

7 maggio
Io sono il mio 0,80

 

Ci mancava anche questo virus per fare di noi un puro accidente statistico. Le città che rimbalzano dalle immagini quotidiane sembrano abitate da inquietanti esseri imbavagliati ai quali è stato imposto il silenzio, al costo (per ora ipotetico visto che non se ne trovano) di 0,50 euro a mascherina.

Viviamo da oltre due mesi immersi, meglio sommersi, da questo fiume statistico che infuria. Inevitabile, ma straniante. Ci pare d’essere gente di un altro pianeta, capitati su un lembo di uno strano universo popolato da esseri che vivono in una coltura di laboratorio.
Siamo sempre meno individui e sempre più dati di una statistica.

Non solo. Gli esperti (sostantivo taumaturgico) ci avvertono che stiamo percorrendo un’esistenza in differita di circa un paio di settimane, proprio come le immagini di alcuni incontri sportivi che non possono essere proposti in diretta.

Attenti, ammonisce il gran mogol che orienta le nostre esistenze, perché solo allora saprete ciò che davvero state vivendo oggi.

 

Così la nostra vita prosegue in questo tempo sospeso d’un’esistenza fatta di computi, calcoli e proiezioni che oggi infuriano non solo a casa nostra, ma tra le masse di ogni continente.

 

Persino il nostro essere ha perso la sua integrità, la sua consistenza e la felicità non è più oggi simboleggiata dall’unicità dell’uomo, io sono il mio 1, ma dal sogno d’essere il mio 0,80 o 0,75 e speriamo di calare ogni giorno.

Scherzi diabolici di questo virus coronato, entrato come un ciclone nelle nostre esistenze. La profilassi ci fa rinunciare a una parte rilevante dell’individualità.

Tempi duri, a parte quelli che da tempo hanno deciso, avendone l’opportunità, le possibilità e la voglia, di vivere isolati, tra i monti, in collina o in taluni entroterra marini. Non senza prima aver fatto a pezzi anche la tv e salvato solo una vecchia radio a transistor, giusto per sapere se nel frattempo è scoppiata la terza guerra mondiale.

 

Ma per noi poveri uomini, per noi comuni mortali che adoriamo monti e mari, ma vediamo nella città aperta il recinto vero della nostra libertà possibile, che può accadere?

Noi che ci portiamo dentro la città e in fondo ce la portiamo sempre appresso, siamo perplessi, turbati. Si riesce a vivere senza città?

Riesco a vivere senza le vie, le piazze, l’affollamento di una comunità?

 

Certo le città si sono sempre più gonfiate e talvolta in modi brutali, hanno cessato, come si dice con frase retorica, “d’essere a misura d’uomo”, ma non è forse nelle città che è stato concepito tutto ciò che ha reso la vita carica di interessi e stimoli?

C’è chi mi assicura, pochi a dire il vero, che dopo questa pandemia smetteremo d’essere uomini massa, foresta di individui impersonali che hanno un’opinione su ogni cosa, sanno tutto pur avendo una reale conoscenza di niente.

 

Sarà. Ma intanto il sentimento che predomina è l’incertezza, l’ansia sottile che ti prende per un futuro prossimo che per la prima volta non pensi di poter dominare.

 

Voglio essere positivo. È un po’ come quando, secoli or sono, sono passato dalla giovinezza all’età adulta (molti conoscenti sostengono, con robuste prove, che ciò non sia mai avvenuto davvero).

Se n’è andata una stagione felice, sorprendente, tenera, emozionante, piena anche di deliri e inquietanti vagabondaggi ed è arrivata un’altra creatura di me stesso che ha dato ordine alla mia vita. Tante idee fluttuanti sono diventate stabili, l’inquietudine ha cessato di essere dato permanente.

Tutto vero. Eppure ho come la sensazione di ricominciare, come se qualcuno mi avesse tolto di dosso quell’abito protettivo cucito in questi anni, fatto di poca esperienza e d’immensi affetti.

 

Si riparte dunque, ma con comprensibile e invano trattenuta ansia.

È tempo che mi scuota. Un ultimo sguardo alle homepage. Si racconta di maggioranze in fibrillazione, di “si va alle urne se questo governo non ce la fa”, di decreti in stand by, di presidenti che evocano battaglie di quasi ottant’anni fa, mischiando il Giappone con la Cina, tanto tutto fa brodo, di decine di esperti che parlano e che anche dopo la scoperta del vaccino…

 

Basta, è l’eterno presente, il déjà vu, forse l’unica, vera pandemia che da secoli avvolge l’universo. Perlomeno visto dall’Italia.

 

8 maggio
Le splendide incertezze

 

Siamo vicini al rompete le righe. Le immagini che rimbalzano da Milano, uno degli epicentri del sisma coronavirus, sono eloquenti. Via le mascherine, torna la movida sui Navigli, sia pure in formato ridotto. E la labile protezione si trasforma in un girocollo o in una visiera, attenti a non bagnarla con la schiuma della birra. Salute!

Qualche centinaia di chilometri più a est, il presidente altoatesino Arno Kompatscher, forte della sua autonomia, fonte perenne di pochi balzelli e molti privilegi, proclama il via libera per negozi, bar e parrucchieri. Gli fa eco il vicino friulano Massimiliano Fedriga. I disobbedienti agitano il vessillo della loro particolare natura giuridico-amministrativa. Naturalmente in nome della salvezza delle loro regioni.

 

Un breve striscio di mouse e ci troviamo in un’altra dimensione. Leggiamo di una nutrita serie d’interrogativi sulla sicurezza dei dati sin qui forniti sulla pandemia, per non parlare dei dubbi sulla “app” immuni che dovrebbe accompagnare l’esistenza, tracciando i nostri contatti, senza mai ledere (non sia mai!) la nostra privacy.
Dubbi, anche in questo caso posti in nome dei superiori interessi del Paese.

Intanto la comunità scientifica s’arrovella e ammette le tante pagine ancora oscure di questa esplorazione verso l’antidoto. Nessuno s’azzarda più a fornire ipotesi temporali sul vaccino.

In un Paese di splendide certezze, talvolta solo presunte, ragionare sull’incertezza sarebbe professione d’umiltà, un bagno benefico che ci riconduce alla nostra finitezza, senza per questo rinunciare a esercitare il diritto-dovere di porre l’asticella della conoscenza sempre più in alto.

Incertezza, si legge nel vocabolario, è “limitazione all’efficienza provocata da condizioni di dubbio e d’indecisione”. Non sempre tali condizioni di dubbio sono un fatto di per sé negativo.

Non lo è il dubbio sistematico del filosofo, né l’illusione dell’economista, mentre per la fisica l’incertezza è intesa quale stima della differenza tra il valore di una grandezza misurata e il valore vero.

Anche al vecchio cronista, digiuno di sapere scientifico, hanno insegnato che solo sul versante benefico del dubbiopossono sorgere i frutti più rigogliosi del sapere, perché muniti di un sapore critico che ne accresce la loro valenza. Valga il paradosso di Einstein che ebbe a dubitare della sua teoria della relatività, da lui giudicata uno sbaglio sino a quando esimi colleghi gli dimostrarono il contrario.

Penso anche alle tante, preziose testimonianze che ho avuto il piacere di raccogliere in questi anni straordinari di militanza volontaria in Vidas.

Durante i quali ho imparato, per esempio, che l’incertezza in ambito clinico è spesso determinata da una crescita che sta mutando il panorama delle cure di qualsiasi genere e natura.

Quando si è vicini alla soluzione, si debbono moltiplicare i dubbi e compiere gli sforzi per eliminarli se si vogliono ottenere esiti probanti e duraturi. Tutto ciò sollecita prudenza, attento monitoraggio e consapevolezza delle difficoltà a rapportarsi con il senso del limite sia da parte degli scienziati, dei ricercatori, dei medici che dei pazienti. 

Perché allora, mi chiedo, questo esempio non può valere anche di fronte a questa devastante pandemia?

È del tutto comprensibile l’ansia di ripartire, le minacce concrete all’economia e quindi alle tasche di milioni di italiani.

Ma non è con le sortite demagogiche che si trasforma l’incertezza in un fattore propulsivo, ma solo attraverso una spinta costante ad approfondire ricerca e sperimentazione. E ciò riguarda tutti noi, nessuno escluso, perché sono i nostri comportamenti individuali e collettivi a determinare gli indirizzi futuri.

 

PS
A proposito di senso della comunità, c’è di questi tempi un altro senso che spesso viene travalicato, quello del ridicolo. Valgano per tutti le ordinanze dei vari Paesi europei sulla ripresa del calcio professionistico. Si va ovviamente in ordine sparso e in omaggio al detto “L’erba del vicino è sempre più verde”, si attaccano i fomentatori del dubbio italiani e si plaude a chi in Europa ha deciso di ripartire.

Sono curioso di vedere, al primo incontro con gli spalti gremiti da cartoni che simulano gli spettatori, come si svilupperanno le marcature: a uomo, a zona a un metro; il difensore farà sentire ancora all’attaccante, l’alito sul collo? Chissà.

Di certezze per ora poche. Se abbiamo bene inteso, si sa che noi cronisti siamo una vil razza dannata, la Premier League, massima lega inglese, ha posto un limite: “Vietata l’esultanza dopo un gol”.
Io non so se questi estensori del provvedimento abbiano mai giocato al calcio e si rendano conto di ciò che hanno vietato. È come vivere un’ora e mezza più supplementari d’amore intenso e poi… ci siamo capiti.

 

9 maggio
El nino muerto de hambre

 

Le cronache di stamane sono ancora piene dell’intemerata del sindaco di Milano contro gli sciagurati che, gli uni appresso agli altri sulle sponde del Naviglio, l’altra sera hanno consumato birre con le mascherine ciondolanti a mo’ di bavaglia. Mostrando, va detto, un’aria compiaciuta ai fotografi che stavano a un passo, hanno persino accennato a mettersi in posa.

Il sindaco “s’è incazzato”, parole sue, e minaccia giustamente chiusure e misure rafforzate. Anche stamane è ritratto con i vigili in quella zona.

Scene analoghe, forse anche più vistosamente fuori da ogni regola, si registrano in altre parti del mondo colpite dal coronavirus. Né si può dimenticare la folla che, sempre in Italia, si esponeva senza protezione una ventina di giorni fa ai funerali di un primo cittadino.

Vanno ascritte a quella manifestazione di rifiuto che va sotto il nome d’indifferenza. Siamo in un’epoca di valori deboli, quasi sussurrati, suggerisce l’amica Silvia Vegetti Finzi, che devono essere strappati agli stereotipi e al qualunquismo dilagante.

D’altra parte il sindaco Sala, di cui non disapprovo anche gli spicci modi verbali usati nella circostanza, sa bene che per prima la politica ha in gran parte abdicato alla sua vocazione complessiva, all’essere nel contempo pratica ed etica.

Sarebbe tuttavia sbagliato rigettare il problema a una generica classe dirigente e al cattivo esempio che sovente fornisce.

 

È che l’indifferenza ci aiuta a non fare entrare la sofferenza nella nostra vita, a non farla apparire. E con essa si rigetta la responsabilità, che significa essere capaci di rispondere a qualcuno.

La responsabilità, lo ricordavo in queste note alla fine dello scorso mese di marzo, non è una virtù che ci viene data con l’atto di nascita. È una conquista faticosa, è accettare la sfida, come scrivevo allora, darsi uno scopo, un’identità.

Igor Man, un bravo giornalista morto una decina di anni or sono, scrisse nel 1996 uno straordinario reportage sul tema della strage che si consuma, giorno dopo giorno, per guerre e fame, nel mondo.
Trovo l’articolo tra i ritagli che con tignosa mania accumulo tra le mie carte, brandelli di giornale spesso ingialliti che suscitano il riso divertito di mia figlia e mia nipote che mi osservano manipolarli come fossi una specie in via d’estinzione. Non ho dubbi su chi è dalla parte della ragione.
Così inizia Igor Man il suo racconto.
“Un pomeriggio della lontanissima estate del 1954 a Bogotà, uscivo dal sontuoso albergo Tequendama. Mentre il portiere in livrea fischiava per un taxi, mi accorsi d’un fagotto di stracci sull’erba elegante dell’ingresso. Era un bambino randagio. Dormiva. Tornai al tramonto e il bambino era sempre lì. Che fa, chiesi al portiere, dorme ancora? Quello s’avvicinò al bambino randagio: con la punta del piede, delicatamente, lo mosse, come si fa con i gattini. “No, senor, non dorme, è morto”. Morto? “Si, senor, de hambre”. Di fame.

A seguire un lucido e serrato atto d’accusa contro le quotidiane mattanze che si consumano in ogni parte del mondo nella generale indifferenza. In Africa soprattutto, scriveva Man, il Continente dove qualcuno localizzò il paradiso terrestre e che accoglie il 40% dei rifugiati nel mondo.

Così concludeva: “Presto un essere umano su cinque sarà africano. Se gli negheremo la tenerezza (così scrisse, ndr) lascerà la sua terra per invaderci, armato di rabbia e disperazione. Se la fame è più crudele di Erode, l’indifferenza è più ignobile di Caino”.

 

Dopo quasi 70 anni da quell’episodio i drammi si ripetono, moltiplicati, e noi non li vediamo. Non li vediamo nemmeno se, per una volta, accadono sotto i nostri occhi e non in terre lontane.

 

Quei giovani con i boccali di birra appoggiati sulle sponde del Naviglio milanese siamo anche noi, così abituati a veder morire gli altri che non ci rendiamo conto nemmeno di quando per una volta siamo noi a essere coinvolti.

Il vecchio cronista, che non è psicologo, non è sociologo, ma solo un testimone di parte del suo tempo, si chiede: perché l’indifferenza?

Forse perché l’indifferenza nasce dall’assenza di un’educazione emotiva, ovvero dall’incapacità di rintracciare radici emotive. Forse perché l’emozione è relazione. Solo se mi emoziono entro in compiuta relazione con l’altro che cessa di essere altro da me.

Forse perché nelle nostre società cosiddette industriali avanzate le cose sono a disposizione prima ancora che sorga un’emozione che faccia da stimolo. Non c’è sollecito alla conquista, perciò le cose si consumano con disinteresse, indifferenza. Un boccale di birra e via. Il pieno delle cose prende il posto del vuoto delle relazioni mancate.

Solo un’educazione emotiva può consentirci di recuperare quegli atteggiamenti morali di cui abbiamo grande bisogno, sopra tutti la compassione, intesa nel suo significato profondo: cum – patire ovvero condividere.

Un esempio ce lo offre Shakespeare. Nel suo teatro s’incontrano in ogni istante esseri in preda all’illusione che sovente tentano di imporre agli altri, ma anche e prima di tutto di cui si fanno vittime. Ma Shakespeare stesso non sarebbe stato in grado di affidare a figure convincenti questa resurrezione dell’essere nel mondo se non avesse avuto verso i suoi contemporanei uno sguardo di simpatia.

 

10 maggio

Il manuale dell’imperfetto cronista

 

La pigra e imbronciata giornata m’induce a un lento scollinare tra le notizie di carta e di video.
I principali parametri del coronavirus scendono, si fatica a tenere la gente lontana dai parchi. Il mitico tar, il tribunale amministrativo regionale che tutto può, richiude la Calabria, mentre a Nord la Liguria annuncia prossima apertura e via promettendo o minacciando. Uno sbatter di porte con spavaldi protagonisti i presidenti delle regioni che sfidano il governo. È di gran moda. Pare di essere in una delle giostre sassoni contro normanni, narrate nel libro Ivanhoe di Walter Scott con tanta capacità seduttiva, che mi scorta in questi giorni verso il sonno notturno.

Una lettura che consiglierei non solo a qualunque età, ma propedeutica all’uso della lingua, qualsiasi lingua, per la capacità descrittiva di figure umane che vengono composte come un puzzle, volto dopo volto, abito dopo abito. È il trionfo dell’osservazione, la gioia del particolare che alla fine restituisce un’immagine ricca quant’altre mai.

 

Sia detto senza ombra di polemica alcuna contro i messaggi d’oggi che fondano sulla brevità la felice sintesi di una nuova sintassi. Contrariamente a quanto si possa pensare, l’odierna grammatica della comunicazione si posa sulla vecchia, si fonde con essa, non l’esclude.

 

Torno alle notizie che in questi tempi confusi e angoscianti si rincorrono, si sovrappongono e trovano precario equilibrio persino sulla vecchia carta che ancora profuma (?) di piombo.

Pretendere che l’informazione sia fuori dal coro è impresa vana e forse pretestuosa.

 

Io ho vissuto due vite professionali a cavallo tra i due secoli: la prima alle prese con una classe dirigente che lavorava in silenzio, spesso reticente, fatta d’istituzioni paludate, espressione di un potere che si chiudeva a riccio, che sceglieva il basso profilo, in politica come in economia. Altri poteri, occulti, in taluni casi figli di quelli palesi, entravano in gioco e spesso riuscivano a mettere a ferro e fuoco la società. Il motto era: non disturbate il manovratore.

Che cosa ciò abbia significato in negativo nella storia del Paese sono i fatti a dimostrarlo. Una concezione autoritaria andata in crisi negli anni Ottanta dell’ultimo tratto del Novecento (è bene dirlo, anche grazie a una stampa libera) ed esplosa o meglio implosa negli anni Novanta con la saga di Tangentopoli, che fu non già la scoperta della corruzione e del rapporto perverso tra politica e affari, ma la sua emersione.

 

Oggi, mentre scorrono le prime pagine del terzo decennio del nuovo secolo, vivo un’altra fase. La nuova classe dirigente uscita dallo sconquasso di alcuni lustri fa ha scatenato la corsa alla parola. Tanto i padri sono stati silenziosi, tanto i figli chiacchierano.

Parlo, dunque sono. Di tutto e in ogni istante, che sia competente o no. Se non parlo, se non mi vedono, non esisto. Un coro, un frastuono quotidiano mette a dura prova chi legge e chi ascolta. La tentazione di dire “ora basta”, fosse il parere di Conte sul campionato di calcio o di Salvini sul festival di Sanremo, è subito soffocata dal corto circuito mediatico: se la notizia è data, non si può “bucare”. Così la catena non s’interrompe. Basta la visione di un solo giorno dell’intelligente montaggio di Blob, trasmissione che dopo decenni non a caso non va in pensione, per capire come il frullatore mediatico non conosca sosta.

Non c’è in quest’osservazione alcuna tentazione di snobismo. Ho sempre vissuto la mia professione come un’ampia sintesi di una cultura professionale nazionale e popolare, senza tentazioni elitarie; eppure mai come in questa terribile contingenza avverto il bisogno di un cambio di rotta.  Senza dimenticare la funzione di controllo che la stampa ha saputo svolgere nella vita del Paese. Solo il paziente lavoro di scavo di tanti giornalisti, penso a un alto esempio come la strage di Ustica di tanti anni fa, ha fatto emergere la verità.

La mia, dunque, mi si perdoni l’espressione retorica, è una denuncia per eccesso d’amore.

Allora provo a elencare un personale decalogo del vorrei ma non posso.

 

1) Ridurre. Sì, ridurre pagine e notizie. Siti meno invasivi e giornali più leggeri, senza alcun gadget (i libri sì, i libri li salvo sempre), senza l’incubo generalista, facendo della parzialità del proprio punto di vista una ragione di forza. Giornalisti liberi di scegliere, di approfondire alcuni temi e lasciare spazio a brevi sintesi per tutto il resto. Se news significa novità, il grande talento di un giornale dovrebbe essere quello di individuare le poche novità dentro il riciclo di acque reflue e roba vecchia che ci opprime. “Preferirei di no”, il motto del dickensiano scrivano Bartleby, per saper trovare una via d’uscita dal troppo che ci opprime.

 

2) No alla fuffa del pettegolezzo promozionale, no al dietro le quinte, alle interviste ruffiane, alle polemiche tra gli addetti ai lavori; sì all’analisi critica con editoriali e recensioni. Critico è anche il cronista che si comporta e agisce in modo critico. Sceglie l’episodio, s’informa, ne controlla la veridicità, si prende il rischio di considerarlo paradigmatico e ne fa una storia. C’è più oggettività in una scelta simile che in mille agenzie messe una accanto all’altra in modo acritico.

 

3) Bandire le frasi fatte, gli orribili luoghi comuni. Caccerei dalla mia redazione immaginaria il primo giornale che dice o fa dire al suo interlocutore d’essere “fuori dal coro”. Fuori dal coro ci sono milioni di lettori potenziali, che non vogliono essere presi per i fondelli e che non pensano di avere di fronte a sé l’oracolo, che cercano, prima ancora della verità, un onesto punto di vista. Sì, un giornale che sappia essere pro o contro e non solo “a destra” o “a sinistra”.

 

4) Il linguaggio. Se il giornalista è davvero un artigiano delle parole, ne discende che mi annoia l’enfasi, strepitante e ridicola, che per vendere trucca la merce. Ho vissuto, da uomo-macchina, le stagioni dei titoli, ora lunghi ora brevissimi. Alla fine della peregrinazione opto per i titoli più lunghi, perché spiegano. C’è chi obietta che allontanano i lettori dal resto dell’articolo, mancano di efficacia e di effetto. Non ci credo.

 

5) Amore per le parole italiane e rigetto dei luoghi comuni. Passi per “Tangentopoli”, che pure un significato l’aveva. Era tanto diffuso il malaffare da produrre un neologismo che è entrato nella lingua italiana e nel linguaggio comune. Ma gli altri figli illegittimi a base di “poli” alla fine sono da bandire. Speriamo che ciò non accada con le parole “virus” e “corona” usate a sproposito in altri contesti.
Atto d’amore, allora, per grammatica e sintassi, per la paziente riscrittura delle frasi e dei concetti per evitare il già sentito e scritto. Massimo sforzo perché le parole corrispondano ai sentimenti di chi scrive e non alle cattive abitudini del pubblico. Il lettore, quello vero, capisce quando trasmetti la tua informazione con passione.

 

6) Il rispetto delle persone, tutte, tanto più se non hanno possibilità e capacità di difendersi. Io non credo che un personaggio pubblico possa essere sbeffeggiato in ogni modo e che debba diventare un tiro al bersaglio solo per la sua celebrità, la sua ricchezza, i suoi incarichi. Ma è certo che Trump, Johnson possono difendersi, Tizio e Caio no.

All’epoca di Tangentopoli bastava un’iscrizione nel registro degli indagati, atto dovuto, per trasformare il soggetto in un condannato. È un’esperienza amara, che non ho dimenticato e che mi suscita rimorso professionale. Mi fermo a questo punto per una semplice ragione: il giornale che ho in mente sono certo non vedrà mai la luce.

  1. A proposito, come si definisce un decalogo in sei punti: esalogo? Cerco sul Devoto-Oli, ma tra esalo (nome antico di falco migratore oggi chiamato smeriglio) ed esaltamento non trovo nulla. In palese contraddizione con me stesso ho creato un neologismo.
    Dimenticavo, da pessimo cronista: la bella notizia è la liberazione di Silvia Romano, la volontaria rapita in Kenia nel novembre del 2018. Il suo sorriso illumina i siti e la cara, vecchia carta del quotidiano.

 

11 maggio
La rivincita del baüscia

Resistono, ma è questione di giorni, le immagini della natura che si affaccia sulle nostre vie cittadine, incredula di tanto spazio. Stamane il compito di stupirci è consegnato a un elegante fenicottero che, a due passi da Cagliari, ha tagliato la strada a un automobilista che a Quartu Sant’Elena percorreva lo spartiacque dello stagno di Molentargius.

 

Dalle immagini alle esortazioni, che presumo resteranno inascoltate. L’ultima viene da uno straordinario testimone di questo mondo, il fotografo Sebastiao Salgado che lancia un appello per difendere le popolazioni indigene dell’Amazzonia, minacciate dall’avanzata del virus, tanto più grave per la loro incapacità a sviluppare anticorpi.
Bolsonaro, presidente del Brasile non replica, ha ben altri interessi da difendere. Anzi, se la ride, in quell’immagine oscena che non muta mai.

 

Per tornare alle nostre contrade, la mia resa grigia da una mattinata carica di pioggia, spicca il consueto coro dei presidenti delle Regioni (fanno eccezione, forse per questioni di parrocchia, Emilia Romagna e Toscana) che chiedono non solo a gran voce, ma in aperta sfida al governo, l’apertura di ogni attività.

I segni dello scollamento istituzionale e di un rapporto mai cementato e di fatto ancora in attesa di un ancoraggio costituzionale tra autonomie e Stato centrale vengono anche dai toni scomposti di chi si sente investito da una legittimità che non conosce regole.  Ciò a prescindere dalle ragioni e dai torti.

 

In queste lunghe settimane, cariche di pandemia e polemiche, abbiamo sentito una ridda di ultimatum, recitati con diversi accenti, lanciati allo stato centrale dai presidenti che si beano di un ruolo in realtà mai assegnato. A partire dall’appellativo “governatori” che non ha riscontro nella terminologia istituzionale, ma che è diventato luogo comune. La ragione è evidente: presidente del Consiglio regionale non fa effetto, ma governatore sì e fa molto americano.

La sorgente di tanta carica è il veneto Luca Zaia, personaggio cui non fanno difetto evidenti capacità manageriali e che si esprime sovente con toni forti, ma che ha trovato imitatori nella calabrese Jole Santelli e soprattutto nel campano Vincenzo De Luca, il guerriero pacifico, come si autodefinisce, che ha minacciato poche settimane fa chiusure dei confini e galera a chi osasse varcare i confini regionali anche se difeso dalle stronzate (sic!) del Tar, il tribunale amministrativo regionale.

 

È il trionfo del parla come mangi, lo sdoganamento definitivo di parole e gesti che vengono agitati con fare retorico anche se con fini didascalici, come ha dimostrato la reprimenda del sindaco Sala ai giovani milanese che avevano invaso anzitempo le alzaie del Naviglio tanto da farlo “incazzare” e con lui tutti quelli che ogni giorno temono per il loro “la-vo-ro”.

A proposito, Milano dovrebbe essere fiera di tanto parlare chiaro. Detto con sommo rispetto è la rivincita su scala nazionale della maschera delbaüscia, nient’altro che il ritorno della saliva, della bavetta, tanto temuta di questi tempi perché sorgente di contagio. Oggi a contrassegnare lo spaccone, ma un tempo vocabolo che indicava l’uso della saliva per aggiustare l’acconciatura e farsi belli.
Della baüscia si fa testimone quello straordinario poeta milanese che è Carlo Porta.

In un ritratto di provincia meneghina al vetriolo della fine del Settecento ci racconta in splendidi versi la nomina di un cappellano ai tempi della restaurazione. Una satira spietata e don Ventura è un ometto, interessato solo al cibo e a un letto caldo che primeggia tra gli altri concorrenti in tonaca non per meriti propri, ma per avere intascate a tradimento tre o quattro fette di salame di pessima qualità che gli attirano le moine del cane della marchesa Paola, la padrona di casa con i baffi color marroni e una gran cuffia.
In una scena che ci par di rivivere, Porta racconta il talent show d’epoca e descrive così l’ansia dei concorrenti: “El camarer allora el corr, el truscia (si affanna, ndr). E i pret fan toelette con la bauscia”.

Se lo chiedete a un milanese doc, vi risponde no, quel baüscianon è roba nostra, l’è un “milanes arius”, per definire una frase o una parola pronunciata da una persona che arriva dalla campagna, magari dalla Brianza.

Leggende di provincia? C’è da credergli? Questa storia del baüsciacon la umlaut tedesca sulla “u”, è allora niente più che una smargiassata, semmai una vendetta dei romani, i “rumani” dell’inarrivabile Gassman della Grande Guerra?

Sia come sia, il vocabolo fa la sua comparsa tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento proprio nella Brianza artigiana a indicare una sorta di procacciatori d’affari ante litteram. La leggenda vuole che i baüsciasi disponessero al limitare dei borghi ad attirare i forestieri e indurli a entrare nel regno del mobile.

Una raffica di parole avvolgeva i bencapitati e per i più abili il compenso dell’artigiano era fonte di sopravvivenza.

Come ogni leggenda, l’iterazione la trasforma prima in mezza verità e poi in verità intera, anche se in confronto alle fake newsche oggi dominano i nostri orizzonti, era una trovata da dilettanti allo sbaraglio.

Così il passaparola ha trasformato il baüscia nell’industriale, gradasso e bullo da par suo, sovente incompetente, ma con velleità di grande stratega, che abbiamo conosciuto nella commedia all’italiana.

Che baüsciasia, dunque, che qualcosa deve pur avere a che fare con gli antenati fondatori di Milano, i celti, visto che in tedesco bauschensignifica gonfiare: uno che le spara grosse, dunque.

Forse l’utilizzo più serio (si fa per dire) della parola è servito a indicare una delle due fazioni del tifo calcistico cittadino. Per tanti decenni del secolo scorso i baüscia furono proprio i tifosi dell’Inter, così definiti dall’immortale Gianni Brera, il gran mogol di questa rappresentazione ludica, d’origine borghese e medio borghese, contrapposti alla tifoseria del Milan, i casciavit (cacciaviti) allo scopo di indicarne l’origine popolare e operaia.

Una distinzione che si è comunque smarrita ben prima della fine del Novecento e che oggi trova un’eco assai relativa nel comune linguaggio e semmai usata dalla generazione degli “anta”, ma molto “anta”.

 

Con il coronavirus sono dunque ritornati i baüscia? A ben vedere no, non sono mai scomparsi e da decenni incantano le folle. Ma questa, come si suol dire al fin della licenza, è un’altra storia.

 

12maggio
Buon compleanno, Giovanna

 

Ci sono quesiti che ci rivolgiamo che non possono avere una risposta. Lo sappiamo, ma porceli ci aiuta a vivere meglio, ci fa da sprone anche a superare momenti difficili, ci obbliga a uscire da orizzonti scontati.

Che avrebbe detto, scritto, fatto Giovanna Cavazzoni in questa stagione infausta?

È l’interrogativo retorico che mi pongo non a caso oggi. L’amica e fondatrice di Vidas, morta quattro anni fa, avrebbe compiuto 89 anni.

È come se mi fermassi idealmente dinnanzi all’immagine che più la rappresenta e che la ritrae sull’uscio della casa che ora porta il suo nome. È un’istantanea di una decina di anni fa. Nelle mani tiene il ramo di un albero piegato dal vento. Si rivolge all’obiettivo con un caldo sorriso, come se facesse intendere: rifiorirà.

Non ho dubbi che sarebbe stata orgogliosa di sapere che Vidas in quest’occasione infausta è stata un saldo punto di riferimento per l’intera collettività, moltiplicando gli sforzi per far fronte a esigenze cresciute a dismisura.

Lei non avrebbe avuto dubbi: ce la faremo, ma ci avrebbe ammonito a cercare di cogliere da questa pandemia nuove opportunità, a correggere una rotta che sembrava non avere alternativa.

Perché ne sono così certo? Perché per quel gioco al quale anche Giovanna non era estranea, ho provato a ritessere le sue parole di una vita, i suoi convincimenti e a dipanarli in questo nuovo contesto che tanto ci angoscia.

 

Da lungo tempo siamo immersi in un fittissimo pieno, un rincorrersi di voci, messaggi, stimoli, fascinazioni distrazioni, stimoli alla curiosità.

 

Ci siamo riempiti e lasciati riempire, convinti di avere una risposta a ogni cosa. Non ci siamo accorti che la miracolosa avanzata di scienza e tecnologia ci rendeva solo in apparenza persone più forti.

La nuova fragilità emersa da questo mondo, che nuova è solo perché non abbiamo posto prima la dovuta attenzione, ci ha reso d’improvviso più insicuri, ha spento l’illusione d’avere una soluzione pronta a ogni quesito.

Di scienza e tecnologia e della loro miracolosa avanzata non possiamo fare a meno, ma non sono la sola risposta

Ogni minuscolo frammento di vita, di natura e di bellezza non è un tesoro acquisito una volta per tutte, ma va conquistato giorno dopo giorno, come se fosse la prima volta.

 

L’uomo ha inventato grandi macchine, ma non sono le grandi macchine a fare la storia, come si è preteso fosse al grande giro di boa della modernità. È l’essere umano, con il fuoco alto delle sue passioni, gli ideali, le utopie.

Perciò dobbiamo combattere l’indifferenza che pare uno dei connotati dilaganti della società attuale. Ci illudiamo che protegga dai coinvolgimenti emotivi, che preservi le energie. In realtà è proprio l’indifferenza a toglierci linfa vitale.

Dobbiamo ritrovare lo stupore, quella capacità di sorprenderci della quale ci vergogniamo una volta che abbiamo intrapreso l’età adulta, come fosse una patente di menomazione presso gli altri.

E l’attenzione verso l’altro, profonda che è uno dei pilastri della nostra vita, ma che per esistere e sviluppare la sua fertile creatività ha bisogno di esercizio, di radicamento in profondità e di una direzione unica e chiara verso cui andare.

 

I pensieri che ho appena tradotto altro non sono che l’eco delle sue esortazioni, adattato ai tempi attuali.
A proposito di pensieri te ne affido uno, Giovanna, omaggio della tua amata Emily Dickinson, da leggere nel declinare del sole sul mare di Liguria che ti dava tanta serenità

Conferisce il tramonto
all’occhio un’ignoranza
di spazio, di colore,

di ampiezza, di declino,
La sua rivelazione d’ambra,
inebria, umilia,
è l’ispezione dell’Onnipotenza
sul nostro volto di creature.
E quando quel solenne aspetto
si ritrae nella gloria,
noi trasaliamo, colti di sorpresa,
nell’Immortalità

 

13 maggio
Come due libellule

 

Sarà certamente per via dell’età non più verde, ma m’accorgo di procedere sempre più in sintonia con il tempo atmosferico che sino a non molto tempo fa mi risultava indifferente.
La fitta pioggia m’induce pensieri dell’identico colore grigio scuro del cielo. L’impressione dominante è che in Italia non si riesca a trovare intese su nulla. Si fa baruffa persino sulle mascherine e mi sorprendo a chiedermi dove mai troverò il centesimo da aggiungere ai 60 per l’acquisto. Non c’è intesa sulle misure di distanziamento, ritenute l’anticamera del fallimento per molte imprese commerciali.

Basta così. Più che la nottata, deve passare il buio di questa giornata.
Ho bisogno di pensieri positivi e li trovo in Laura che fa incessante spola tra un impegno e l’altro, pronta a rispondere ai problemi in apparenza minimi di ciascuno, ma che sono il sale della vita. Sempre in perenne movimento, senza mai smettere di dare. Con la generosità che le è propria e lo spirito positivo che la contraddistingue, per me squarci d’azzurro intenso.

 

Mi rincuorano anche le telefonate degli amici di Vidas che mi danno conto dell’impegno quotidiano che supera anche le non poche difficoltà che si frappongono, mentre io mi lamento del nulla.

Quando mi chiedono le ragioni che mi hanno spinto a offrire il mio contributo a un’associazione che assiste malati terminali, sia pure quale volontario della penna, confesso che, dopo anni, non rispondo mai d’istinto. Perché avverto, anche negli sguardi più sereni, un interrogativo: qual è il senso di una mano tesa a chi sa che la sua vita è prossima alla fine?
Non avendo nel mio bagaglio alcuna fede, se non nella ragione dell’uomo, non ho un’immediata e consolatoria risposta.
Così, dopo una lunga pausa e sempre che l’interlocutore nel frattempo non abbia desistito, mi vien da rispondere che non c’è un minuto della nostra esistenza che non abbia un valore unico, irripetibile, un lasso di tempo che può svelare il senso di una vita.

Che questa frase non sia solo un esercizio retorico l’ho capito un giorno di alcuni anni fa dal racconto di una sensibile e intelligente operatrice. Lo svolgo in prima persona, per capirci, anche se è farina del sacco altrui.

«Un pomeriggio mite di settembre vidi l’uomo per la prima volta e mi colpì. Prendeva il sole sul terrazzo, seduto bene eretto sulla carrozzella. Tempie brizzolate a incorniciare un volto dal sorriso dolce e insieme fiero di chi non ammette sconfitte. Eppure la sconfitta era lì, dietro la porta finestra e lui lo sapeva. Ma che ci restasse, intanto c’era vita da godere.

Quale vita lo scoprii il sabato successivo all’apparire della donna. Avevo appena terminato il pranzo con tutti gli operatori ed ero uscita in terrazzo, quando lei, pure in carrozzella, venne a prendere il caffè con noi. Poteva avere 55, massimo 60 anni, ben portati. Due occhi bellissimi e penetranti, che parevano essere il tutto in quel volto affilato. Poche parole, ma il desiderio evidente di mostrarsi ancora capace di simpatia e comunicazione con ripetuti gesti armoniosi: “Alle mani – mi disse avendomi sorpresa a fissarle – ho sempre tenuto e lo smalto alle unghie lo so dare senza sbavature”. Erano perfette.
Me ne andai. Mezz’ora dopo tornai e li trovai in fitto colloquio e le mani di lei si muovevano come libellule, sempre leggermente indecise dove posarsi. Subito avvertii quel clima tra intimidito e magico che accompagna l’attrazione di un essere verso l’altro, quasi uno stato di irrealtà che fa da preludio agli avvenimenti del cuore. Colsi gli sguardi: inequivocabili. Mi sentii commossa pensando alla forza dell’amore che ti afferra anche quando sei in lista d’attesa per l’ultimo viaggio».

 

Dopo altro tempo mi sono ritrovato dinnanzi alla macchina del caffè con la medesima operatrice e le ho chiesto: “E i due in carrozzella?”, senza aggiungere altro a un quesito che, non so spiegare perché, mi pareva imbarazzante, una piccola intrusione nelle vite degli altri. “L’uomo e la donna non ci sono più e mi mancano”, ha risposto con semplicità.
Se ne sono andati, come due libellule, mi piace pensare ad ali intrecciate.

 

14 maggio
Far finta di essere sani

 

Nel mio immaginario personale l’organizzazione mondiale della sanità (Oms) è sempre stata qualcosa di scientificamente sacro, un dogma, un po’ come per i credenti l’infallibilità del Papa quando parla ex cathedraquale pastore della chiesa universale. Lo dice l’organizzazione mondiale della sanità, punto.

Perciò da qualche giorno a questa parte, a dar retta alle gazzette d’ogni continente, sono preoccupato. Il coronavirus pare abbia smantellato anche questa mia personale certezza. Mi sento nudo, un po’come Linus senza la sua mitica copertina, vecchia quasi come il sottoscritto, non un reperto materiale, ma un’entità metafisica.

Che combina l’Oms? Secondo i titoli dei quotidiani online, gli esperti dell’illustre consesso affermano che il coronavirus “potrebbe non sparire mai” e che “la salute mentale è a rischio”.

Leggo quanto viene dichiarato da Mike Ryan, capo del programma di emergenze sanitarie dell’organizzazione: “Come per l’Hiv potremo avere una chance solo quando quel vaccino sarà disponibile. Dovrà essere altamente efficace, reperibile a tutti e tutti dovremo usarlo… salute mentale e benessere sono state gravemente colpite da questa crisi, l’isolamento e la paura hanno prodotto danni psicologici su scala mondiale”.

Possibile, mi chiedo, tanta genericità?

Poi mi rendo conto che non è l’Oms a vacillare, ma è la mia assoluta, tetragona certezza che la scienza non solo possa, ma debba dare ogni risposta, forse con ciò trasformando la scienza nel suo opposto, qualcosa di mistico, un principio di fede di una realtà invisibile. Sono io che sbaglio e ho la vista corta, non l’Oms.

Se anche il capo del più grande consesso religioso dell’universo dice oggi che il Coronavirus “è arrivato come il diluvio, preghiamo uniti”, vuol dire che non si attendono miracoli, ma passi concreti giorno dopo giorno.

I soli che credono o fingono di credere nei miracoli, ciò mi pare l’estremo paradosso di questa difficile contingenza, sono molti di coloro che detengono le leve del potere nel mondo. Quanto meno una parte non marginale.

Sono i Trump, i Bolsonaro, i Johnson d’ogni latitudine che prima negano la pandemia a giorni alterni e poi si trasformano negli artefici dell’eterno complotto, che si affidano alla scienza solo quando offre sponda alle loro tesi o quando il virus s’affaccia alle loro esistenze. O, quando, si trovano a essere loro stessi vittime di ciò che hanno anzitempo sbeffeggiato.
Oggi un governatore locale, che pure ha dato buona prova di sé in questa difficile contingenza, il veneto Luca Zaia, non sa resistere e butta in pasto ai cronisti la frase “se il coronavirus perde forza è artificiale, se va via tanto velocemente, qualcosa c’è di mezzo…”.

Poi, puntuale, la smentita: “È la mia opinione, non d’uno scienziato”. Intanto la si butta lì, il complotto male non fa e qualche voto porta.

La realtà è che i nostri spazi di vita sono stati sconvolti e riempiti di altro in tempi tanto rapidi da vanificare i nostri sforzi di adattamento che mal si combinano con le nostre fragilità.

Quanti di noi hanno occasione, in queste giornate che tanto lunghe non sono mai state, di tessere interminabili dialoghi al telefono con congiunti e amici cari, si rende conto della piena e assoluta anormalità di ore trascorse forse nella più ampia e apparente normalità per la stragrande maggioranza di noi, i “non raggiunti” dal coronavirus.

E quando scrivo “anormalità”, mi riferisco al letterale significato contrario di una condizione che non è più riconducibile alla consuetudine o alla generalità, interpretata come regolarità o anche ordine.

È palese il loro smarrimento, il nostro smarrimento. E non solo per la minaccia diretta all’integrità fisica dell’untore Covid 19, ma nel timore, per la prima volta reale, che nulla sarà più come prima, che ci toccherà fare i conti con inedite forme di vita e relazioni.
Ci abbarbichiamo a quelle voci lontane come fossero ancora di salvezza, dilatando i tempi del dialogo, letteralmente sfruttando ogni appiglio offerto dalla conversazione perché vorremmo non finisse mai.

Si ritrova l’immenso potere della parola in una civiltà che fa dell’immagine e dei messaggi brevi i suoi archetipi. Perché siamo come malati che fingono d’essere sani. Scegliamo parole con un’accuratezza mai mostrata prima, attenti che siano immediatamente comprese, che non feriscano o che non suscitino nuovi stati d’angoscia.

Scopriamo così una semplice verità che è di sempre e che ci pareva nascosta: le parole non sono incolori, non sono uniformi e lasciano una traccia profonda dentro di noi.

 

15 maggio
Non è tempo per darsi del tempo

 

A proposito di tempo. Quello atmosferico ci consegna una mattinata grigia dopo una notte di tuoni, fulmini e forti temporali, a catena. A Milano il Seveso esonda, granitica certezza che fa da collante a intere generazioni.
Il sindaco Sala, sempre in versione “incazzato”, spiega che i lavori non possono essere ultimati perché da due anni sono bloccati per i ricorsi.

È il tempo della burocrazia che si dilata, si gonfia, inversamente proporzionale al tempo delle nostre vite, che pare assottigliarsi, in preda all’ansia del “ripartiamo “. Non c’è tempo, non c’è più tempo.
Dal 18 aprono bar, ristoranti, parrucchieri, estetisti, ma altre categorie fanno pressione. O si apre o si chiude, per sempre. Il tempo del consumo scandisce e divora le nostre vite.

Lo scrivo con sano realismo, sapendo che ogni altra opzione parrebbe uno snobismo fuori luogo, la sicumera di chi vive nell’ovatta dei propri privilegi (leggi pensione).

La mafia è pronta a sfruttare la crisi del Covid, come dimostrano i cento arresti di alcuni  giorni fa a Palermo. Tra loro anche un ex concorrente del Grande Fratello. Ulteriore testimonianza che da noi il confine tra realtà e fantasia è un passaggio libero, senza controlli.

Non è dunque più tempo per darsi del tempo.
Me lo dicono anche amici saggi e fidati, più addentro di me nella vita quotidiana, che per mestiere conoscono il mondo del lavoro, delle professioni e degli affari. C’è un margine di rischio da accettare, altrimenti dopo il Covid ci saranno solo macerie.

Non c’è più tempo, ma per fare che cosa?

Chissà come e perché la memoria ritorna a una conversazione nella stanza numero nove dell’hospice Vidas.

«Le dispiace se le do del tu?».

Dal letto odo una voce, ferma, per nulla in sintonia con il corpo debilitato, un guizzo d’istinto ironico che proprio non mi aspettavo.

«Per niente, ma a un patto: che anch’io le dia del tu», rispondo stando al gioco.

Eppure le infermiere me l’hanno descritta come un tipo piuttosto chiuso: da qualche giorno le visite si sono improvvisamente diradate e lei non ha nessuna voglia di cibo.

Quale sarà la migliore strategia? Sulla soglia mi ero preparato a una subitanea ritirata con scuse annesse, ma quell’approccio mi dà coraggio.

Il suo sguardo ora si sposta da me al passato di verdura e ritorno. Non so chi dei due sia il più gradito. Il cucchiaio gira, come i suoi occhi che mi studiano. A parte i malanni, è chiaro che siamo due coetanei.

La signora G. ha un volto ancora bellissimo.

La sua è una vicenda fuori da ogni schema tradizionale. T’immagini una donna sola, abbandonata, ma le cose non stanno così.

So che è madre di quattro figli, il marito è morto qualche anno fa. Soffre da qualche tempo di una grave malattia invalidante, in fase ultima. Non è affatto sola. I figli sono premurosi e a quel che mi dicono affettuosi. Ma da pochi giorni entrano in ospedale, chiedono di mamma. Se ne stanno in corridoio, parlano con i medici, ma poi se ne vanno, senza entrare nella numero nove.

Mi studia e io, anche dopo lo scambio incoraggiante di battute, sto zitto, poco oltre la soglia, in evidente imbarazzo.

Il volto si ravviva in quell’inatteso incontro con un perfetto estraneo. Mentre rimugino altre banalità da sussurrare, è lei che passa al contrattacco.

«Accomodati, non star lì impalato», il tono è dolce, educato, ma la sostanza è in un’osservazione che mi par di cogliere implicita in quello sguardo: «Sei un volontario e allora? Comportati come si deve».

«Piacere signora… scusa, volevo dire: come stai?».

«Tu non vuoi sapere come sto – mi risponde pronta – perché questo te l’hanno già detto prima d’entrare. Vuoi sapere perché da tre giorni i miei figli non entrano in questa stanza anche se so che fanno una fatica terribile e pure io… Non è che il tempo abbondi per me».

«Me lo dica lei…».

«Ma non avevamo deciso per il tu?».

«Bene, perché? Mi pare tutto così assurdo, c’è tanta gente sola…».

«Tu hai figli?».

«Una».

Non mi dà tempo di aggiungere altro.

«Siediti. Ti spiego e ti anticipo che oggi li farò entrare».

«Allora me ne vado. Hai ben altro che chiacchierare con un estraneo».

«Tu non sei un estraneo, sei un volontario. E poi estraneo è sbagliato due volte. Un volontario non è un estraneo per definizione. Diciamo che sei una persona che conosco solo ora. D’accordo? Non è la stessa cosa, c’è una bella differenza».

Mi metto a lato con un moto d’imbarazzo che mi spinge a occupare la sedia di traverso, pronto a scattare in piedi.

«Vedi, il mio corpo e io ci siamo sempre rispettati nelle reciproche funzioni e dignità – mi guarda dritto negli occhi e ora rispondo allo sguardo allo stesso modo, come mi trovassi di fronte a una cara amica –. Vivo come un’ingiusta e immeritata violenza vederlo ora trafitto da tubi e fili. Nel primo periodo della malattia ho cercato di pensare solo ai figli».

«Certo, i figli, hai litigato con loro, perché, mi hai detto che…».

Non mi lascia il tempo di concludere.

«Due figli ritengono come me che una vita lunga, tanto intensa, meriti un compimento naturale e sereno. Gli altri due mi vogliono qui a tutti i costi sino in fondo. Ma quale madre trattengono se la mia voce profonda dice di andare? Credimi, è stata una decisione difficile».

Che vuol dire è stata? Quindi ha già deciso. Resto zitto per un po’ e se anche aprissi bocca sono certo non uscirebbe alcun suono decifrabile. Poi abbozzo.

«Loro sanno che…».

«Che… che cosa? Ho capito che non hai capito. Ho deciso di continuare».

«Chi ha prevalso?»

«Diciamo che cosa ha prevalso. L’amore materno e l’offerta della dignità del mio corpo».

«Ma da quel che mi hai detto, avevo capito…».

«Sono stata incinta quattro volte e so bene che cosa vuol dire sopportare dolori, fatiche, quando pare che la schiena si spezzi. Ma a quel tempo ero io che decidevo per uno scopo: consegnare al mondo una donna e un uomo forti. Lo scenario della morte cambia tutto. Il nostro corpo passa di mano in mano, come se diventasse proprietà d’altri».

«Perché allora continuare, se la ragione ti spinge in altra direzione?».

«Chissà se quest’ultimo dono materno, il più difficile per me, possa tradursi in un bene per il futuro delle famiglie che lascio. In fondo pensarli sereni è tutto ciò che desidero».

«Ammiro la tua forza» è tutto ciò che mi viene anche se non è tutta la verità.

Risponde con un sorriso, mentre le sfioro la mano ed esco.

Quell’episodio m’è tornato alla memoria oggi che si reclama a gran voce il tempo perduto: davvero non c’è più tempo per darsi un tempo?
Io non ho una risposta.

Non ho mai voluto sapere come abbia vissuto quel po’ di tempo in più la signora della stanza numero nove.

 

16 maggio
Noi, viandanti virali

 

È tramontata l’epoca del “vogliamoci bene” tra una finestra e l’altra, dell’inno d’Italia che risuonava tra vie deserte. Insomma, gli italiani di Toto Cutugno e quelli di Azzurro di Paolo Conte, per i palati più fini, non sono più in testa alla hit parade dei poggioli urbani. Non siamo così sicuri di farcela e abbiamo ripreso a bisticciare col vicino. Un’affilata e sottile paura ha tranciato molti cavi di solidarietà da cortile.

Lo sostiene, con dovizia di esempi, un divertente articolo di Roberta Scorranese sul Corriere. C’è chi, a Olbia, ha tentato di nascondere nel bagagliaio la consorte per andare al mare nella seconda casa di Pittulongu; a Rovigo, quartiere Commenda, le reciproche accuse di infrangere i divieti sono finite a secchiate d’acqua sporca; a Trento una cena con amici non è sfuggita agli occhiuti vicini; a Cassina Rizzardi, nel Comasco sono stati i dirimpettai a segnalare una passeggiata sospetta di un cane dal pelo troppo perfetto e che non alzava mai la gamba. Era un peluche. Rabbia e stanchezza ci hanno allontanato dagli altri.

 

Noi restiamo, come Virgilio nel limbo, tra color che son sospesi e ci limitiamo a cercare di capire. Anche se, come scritto in queste note, i canti dal balcone non ci sono mai dispiaciuti.

 

Fermarsi, osservare, di nuovo orientarsi: forse non resta altro da fare.

 

A causa della forza d’urto della pandemia, che si è abbattuta sulle nostre vite con una forza inimmaginabile, si fatica a mantenere la rotta. Schiere di sociologi e psicologi spiegano che di fatto abbiamo smarrito la titolarità delle nostre azioni. Dopo settimane, ormai ben oltre due mesi, trascorsi “in cattività virale”, i confini delle nostre azioni si fanno incerti, deboli, imprecise le nostre identità e dunque i nostri doveri.

 

Il pensiero che la vita prossima futura sia regolata dai metri di distanza, nei bar, nei negozi, nei ristoranti, in spiaggia, ci mette pressione. Inutile negarlo.

La paura fisica dell’altro rischia di diventare il motivo conduttore che domina l’incontro ravvicinato, con la differenza che, di fronte all’inedito disagio, il confine della ragione può essere superato.

Ma siamo proprio sicuri che ciò non sia sempre avvenuto nel passato e non avvenga quando non s’interagisce più quali individui, ma in quanto titolari di interessi?

 

Forse questa pandemia, che pare distruggere parte del presente e rendere incerto il futuro potrebbe, all’opposto, restituirci l’identità e il posto che ci compete nello scenario sociale.

 

In un apologo scritto da Tolstoj si narra di un gruppo di viandanti che smarriscono la strada tra paludi, cespugli e rovi. Alcuni dicono che bisogna comunque procedere sempre dritti, tenendo la barra del cammino precedente; altri sostengono che l’essere finiti in tale groviglio è la dimostrazione della strada sbagliata e dunque bisogna tentare in tutte le direzioni, alla ricerca della via giusta, senza fermarsi. I viandanti si dividono. Solo uno dice: io mi fermo, voglio capire e poi ripartire. Ma i viandanti non gli danno retta, tale è lo spavento e l’illusione di avere fatto solo una piccola deviazione: “Perché star fermi? Avanti, presto, tutto si risolverà”. Per quanto l’uomo proponga di fermarsi, non per restare passivi, ma per osservare sole e stelle, capire e riorientarsi, non lo ascoltano.
Quegli uomini, scrive Tolstoj, ancor oggi continuano a vagare senza meta.

 

Da dove riprendere allora?

Il nuovo cammino può ripartire da un’altra parola antica e ormai desueta: rispetto. Dell’altro, chiunque sia, vissuto non strumentalmente, ma nei suoi bisogni profondi, nelle sue necessità primarie. Non è facile dopo decenni vissuti nell’orgia di un presunto e inarrestabile progresso. Ma la cultura è proprio questo: insegnare ai giovani che la felicità sta altrove e la si raggiunge in tappe diverse.

 

Nella gioventù dei miei padri c’era il dottor Balanzone del Corriere dei Piccoli (chi era costui?) che parlava, parlava, parlava in un linguaggio strampalato e diceva cose a vanvera. Oggi siamo nell’era dei Balanzone di massa. Tutto è possibile, tutto è fungibile. L’improvvisazione è al potere e dire cose a vanvera è motivo di successo. Poco importa se vere o false.

Invece la cultura è far luce sulle zone dell’impossibile, come ci ha insegnato Strehler (scrivendo da Milano cito un gran milanese) dove vivono migliaia di persone che non sanno proprio che cosa sia e a che cosa serva la cultura, che calpestano ogni giorno strade e giardini senza sapere che là sotto giace la vita dei millenni passati e così sarà per noi e i millenni futuri.

 

17 maggio
La manutenzione dei sentimenti

 

Il cielo carico di pioggia anche oggi non promette nulla di buono. Mi affaccio sul silenzio domenicale, ancora le grandi porte della chiesa sono sbarrate.

Abito in questa zona da oltre quarant’anni e mai ho visto tanta opulenza di verde attorno a me. È nei giardini delle case, negli ampi cortili delle scuole. Non perché non l’abbia mai osservata, ma perché ho rinunciato ad ammirarla, a farne oggetto di pensiero.

Il verde, meglio i colori che ci circondano sono un linguaggio, una lingua da imparare, quella di cui Laura è interprete con tanta passione e che invano ha cercato di trasmettere a un alunno svogliato e distratto quale sono.

Ora mi sforzo di mettere a fuoco ciò che prima sfuggiva di proposito alla mia vista, ai miei sensi. Forse è il riflesso dei capelli che si son fatti d’un bianco intenso a caricar di luce e tono gli altri colori. Scherzi dell’età diversamente giovane. È la manutenzione dei sentimenti.

 

Stamane sono in anticipo con la scrittura, presagendo l’ultimo appuntamento. In anticipo, come lo sono sempre i poveri, quale io non sono. Non ricordo chi mai l’abbia detto o scritto che i poveri, avendo pochi impegni sociali e ancor meno piaceri, hanno il costante timore di non essere puntuali e arrivano sempre prima. Mirabile osservazione.

 

A proposito di età e di pensieri bislacchi. Dopo il furioso temporale dell’altra notte ho faticato a prender sonno, come se attendessi il sonoro arrivo di tuoni e fulmini. Invece silenzio, solo silenzio, ma mai profondo, totale, soltanto apparente. Se si tende l’orecchio, si avvertono i rumori, impercettibili, della televisione, del frigorifero, uno sfrigolio minimo. Anche l’oscurità è un concetto relativo: le case d’oggi sono piene di occhi rossi e verdi che nel buio apparente non cessano d’esistere.

 

Il ronzio notturno mi ha portato a pensare che non c’è oscurità o silenzio che possa spegnere i nostri rumori interiori: cantiamo, gridiamo, ridiamo e singhiozziamo a occhi chiusi. Nell’attesa o entro i sogni notturni. Ci pensa il portatile, dimenticato acceso, a interrompere le divagazioni. Anche l’assurdo s’è fatto consuetudine. È infatti del tutto normale che nella notte il nostro gestore ci avverta, con allegri bitonali, di aver replicato le fantastiche opportunità in dotazione al nostro cellulare.

 

A proposito di oscurità relativa, mi sorprendo a pensare come sarà mai la notte dal punto dell’angelo che guarda nelle profondità del Grand Canyon che mai si cancellerà dalla mia memoria. Mi domando quali colori nella notte sostituiscono l’azzurro del Colorado, i rossi, i verdi, i marroni dell’orrido, nelle loro infinite variazioni. Nutro la speranza che non ci sia posto per il buio totale. Intanto avverto che quel paesaggio mi riempie testa e cuore. Ed è parte di me.

 

Non è un caso che mi perda in questi pensieri bislacchi e confusi, che hanno il potere di difendermi dall’incertezza del presente. L’angoscia nasce, spiegano gli addetti alla pulizia del nostro disordinato cervello, se sono compromessi quei sistemi che presiedono alla sicurezza nella vita sociale, primo dei quali la libertà di circolazione.

Domani inizia la cosiddetta fase 3. Negozi, bar, ristoranti riapriranno alle condizioni imposte dall’emergenza. A seguire un ginepraio di metri, distanze, mascherine, avvertimenti, consigli.

 

La parola che più spesso ricorre è tuttavia bonus, sette volte nella sola homepage di un grande quotidiano. A seguire le altre definizioni che si sprecano: poveri, soli, arrabbiati, dimenticati. I più ottimisti si spingono a porre una scadenza per metter fine all’emergenza: quattro mesi. Ovvero un’estate, di solito tempo di svaghi e ora l’inesorabile “conto alla rovescia per salvare il Paese dal baratro”. Segue l’omelia dell’intero globo: “Dacci la vaccinazione che preservi dal coronavirus”.

 

È dunque tempo di porre fine a questo diario virale. Non perché non ci possa essere materia di riflessioni future.

È che ora abbiamo iniziato a percorrere il sentiero di una nuova “normale anormalità”, mi si perdoni il bisticcio, entro la quale ciascuno di noi dovrà fare i conti con le potenzialità che ha a disposizione. E insieme con i limiti imposti dal difficile presente.

 

Nei confusi messaggi che vengono dalle cronache quotidiane avverto l’insaziabilità dell’uomo del mio tempo, il suo ovvero il nostro feroce individualismo, l’ansia e la scontentezza che ci affligge.

Ma se si è consapevoli dell’importanza della condivisione, si può scoprire che il tutto e gli altri non cancellano affatto la nostra personale identità, ma la valorizzano.

 

Ricorda Sofia che felicità è anche il coraggio di abbassare il bersaglio per vincere.

 

Parola del gran mogol del supremo consesso delle api.

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