* CRITICA MUSICA

Ghosteen, il fantasma del figlio

Il diciassettesimo album di Nick Cave and the Bad Seeds, uscito a novembre, è un capolavoro. Impegnativo, intenso, catartico, un colossale rito di meditazione e di preghiera
Foto: Denis Ulliana – www.denisullianaphotographer.it

Chi incontrasse Nick Cave a quaranta anni dal suo esordio, a prima vista non lo riconoscerebbe: quel tratto eccessivo nei comportamenti, quel fragore adrenalinico delle performance, quei lunghi capelli ingovernati, quelle attitudini noise che lo avevano contraddistinto non lo ritraggono più.

Spogliato dall’età e dall’esperienza, il nostro eroe è nudo, ma dalla sua anima insorgono ancora la sua voce gutturale, la sua tensione religiosa, l’angoscia esistenziale, l’urgenza della redenzione: esattamente le caratteristiche distintive che lo hanno imposto come «una delle figure più influenti e carismatiche della musica contemporanea» (Wikipedia), capace di attraversare i generi dal punk al rock d’autore, di trattenere gli appassionati della prima ora e attrarre i teenager del terzo millennio.

Si dice sempre che ogni artista canta sempre la stessa canzone, come se cercasse suo malgrado la sintesi e la perfezione in un singolo atto: eppure Push The Sky Away del 2013 è proprio tutt’altra cosa ascoltato di seguito ai dischi dei Birthday Party di trent’anni prima, così nitido, avvolgente, musicalmente autorevole.

Se è vero che sono gli accidenti della vita a segnare le svolte più drastiche, la morte violenta del figlio nel 2015 ha colto Nick Cave nel mezzo delle sedute di registrazione del successivo Skeleton Tree (chissà se si sarebbe chiamato così senza questa tragedia): ed è un album stralunato, come se il Nostro suonasse per inerzia, l’eco inserito a ripetizione per mandare avanti le canzoni, presente nel corpo e assente nella mente.

Ci sono tanti modi per reagire, c’è chi scompare, chi fa finta di niente, chi si tuffa nel lavoro, chi cambia vita: con Ghosteen Nick Cave è ancora lì, seduto al piano che suona assorto, sempre più lentamente, sempre meno note. E la sua band è sempre lì che lo assiste, che medita con lui sul destino della vita, sul dolore e la purificazione: Ghosteen è un colossale rito di meditazione e di preghiera, proprio come la funzione celebrata a mezzanotte del giorno della Global Premiere di presentazione su YouTube.

Ci aspettavamo un Cave reattivo, il vecchio leone che si cura le ferite e poi riprende la corsa nella savana; ci potevamo aspettare un Nick Cave distrutto e annichilito, musicalmente finito. E invece Nick Cave è sempre lì, fisicamente seduto al suo piano come in One More Time with Feeling – il film che documenta le sessioni di Skeleton Tree – sospeso in un fermo immagine, rappreso nel suo dolore, la band che presenzia e salmodia con lui, sottolineando e ripetendo in coro kyrie eleison, kyrie eleison, Signore abbi benevolenza, Signore abbi benevolenza.

Ghosteen è diviso in due parti, le prime otto canzoni riguardano i figli, le ultime due unite tra loro da un pezzo di spoken words riguardano i genitori: «Ghosteen è uno spirito migrante» dice, straziato e dubbioso, in cerca della fede e della speranza.

Certamente non è un album da scrutare analiticamente, in cerca di assoli, virtuosismi o arrangiamenti spettacolari: anche se c’è una orchestra sinfonica, anche se c’è la sua fedelissima band cambiata negli anni senza perdere un’oncia della sua identità, in Ghosteen c’è soltanto l’anima di Nick Cave.

E ognuno di noi sceglierà la sua preghiera: forse Waiting For You per la quieta sicurezza che offre la silenziosa compagnia, oppure Night Raid con il suo struggente quadretto di serenità familiare, o anche Ghosteen Speaks per la fiduciosa solidarietà, Leviathan che è un penetrante mantra d’amore per il figlio. O forse la title track, in cui l’adulto si ritrova tra le mani gli abiti del suo bambino e realizza crudelmente che non li vestirà mai più…

La tradizionale forma canzone si dissolve in una atmosfera densa di emozione e sentimento, orchestrata dai campioni e dai sintetizzatori del fido Warren Ellis: Nick Cave procede per intuizione guidato dalla sua voce leggendaria, sospesa sopra gli arrangiamenti in cui si stentano a riconoscere i Bad Seeds, inchinati al volere del leader, che escono dalla nebbia in lontananza forse soltanto nella lunga Hollywood. E per quanto ambigua, oscura e minacciosa, quest’ultima canzone invoca la pace e cerca un posto nel sole: forse indica la via per il superamento, anche musicale, della tragedia personale che Nick Cave ha avuto il coraggio disarmante di narrare senza difesa alcuna.