* CRITICA MUSICA

The Slow Rush, l’adagio irresistibile di Tame Impala

Titolo migliore per il quarto album la band australiana Tame Impala non poteva darsi: per licenziare The Slow Rush ci sono voluti 5 anni, l’ultimo dei quali passato a revisionare i più piccoli dettagli di un album già pronto, che doveva uscire prima della partecipazione al festival di Coachella nell’aprile 2019.

Umorale e perfezionista, perché va detto che Tame Impala è una one man band: Kevin Parker scrive, esegue, produce e mixa tutte le canzoni, e chissà con quale disagio si è adattato negli anni scorsi a suonare dal vivo con i suoi compagni di viaggio nei festival più importanti del mondo, dopo il successo definitivo di Currents, tale da rendere la band più famosa di quanto lui mai avrebbe potuto immaginare/desiderare.

I 3 album precedenti lo hanno fatto conoscere per la sua psichedelia dallo straniante tocco australiano (avete presente Church, Triffids, Hoodoo Gurus, Go-Betweens, Midnight Oil?), ampliando via via i suoi orizzonti sonori; e a dispetto della sua voce efebica, Kevin ha sempre usato strutture rock a cui ancorare melodie non convenzionali.

Viene da domandarsi come abbia potuto accumulare così tanta musica e produrre tutti questi suoni da solo, pizzicando ogni specifica corda, girando ogni singola manopola; intanto arricchendo la sua esperienza al lavoro con Travis Scott e Kanye West, due protagonisti dell’hip hop americano, familiarizzando con i samples per unire musiche di ere e generi differenti, tanti cuori una capanna.

Ma Parker, per la sua vasta conoscenza di strumenti e tecniche, non ha bisogno di campionare: altri lo fanno, a lui piace suonare. E realizzare i suoi sogni, loop strumentali che suonano come Jimmy Page (il riff nella prima parte di “Posthumous Forgiveness”) o Daryl Hall (la tastiera agrodolce di “On Track”) o Quincy Jones (il moog a sirena spiegata che suscita il panico in “It Might Be Time”); e sembra di riconoscere quella linea ascendente di piano nella jam R&B di “Breathe Deeper”, o un riff acustico dei primi anni ’70 in “Tomorrow’s Dust”, ma forse è solo l’abilità eccezionale di Parker nel restituirci come attuali i grandi classici del passato.

The Slow Rushè un’opera straordinariamente dettagliata e rifinita, le cui influenze arrivano dagli angoli più lontani della musica degli ultimi sessanta anni, dall’anima di Philadelphia al primo prog rock, dalla house più acida al rhythm & blues contemporaneo: come in una giungla inesplorata, all’improvviso risuonano chitarre apocalittiche, violini stridenti, tamburi incalzanti, sintetizzatori che sparano in tutte le direzioni.

Con naturalezza, Kevin Parker riesce a far dialogare il rock con l’hip hop, torna a una strumentazione più acustica (in parte) e ci sfida a non muoverci quando da sotto il coro in tremolo di “One More Year” sbuca John Travolta che si pavoneggia in Saturday Night Fever; oppure con “Lost In Yesterday” che rifà il verso ai Daft Punk on the beach, e sarà il brano riempi pista di tutti i grandi festival a cui i Tame Impala parteciperanno nei prossimi anni.

Il perfezionismo è un’ossessione, un travaglio solitario, un tiro alla fune interiore che Kevin conosce bene: e le frasi di testo ripetute come un mantra, sostenute da poderosi grooves in technicolor, bene si accoppiano con la musica dai risvolti trance e dub, sono il cuore di quella psichedelia pulsante a cui i fan tornano sempre, come per magia. L’effetto finale di The Slow Rushè qualcosa di simile a più video di YouTube che vanno in contemporanea, frastagliandosi e ricomponendosi diversamente come in un caleidoscopio sonoro. Fantastico!