CRITICA MUSICA

La magica notte di Mark

20 luglio, Terme di Caracalla. Mark Knopfler sale sul palco di una calda notte romana. Due pizzichi, un accordo, un fraseggio, poche note e il pubblico esplode in un boato. «È lui». Non c'è storia
Foto: Alessandro Tornatore

Ci sono i grandi chitarristi. I virtuosi, i geni, i provocatori, gli innovatori, i tecnicamente perfetti. E poi ci sono quelli che toccano una corda e dici «È lui». Di questi ne conosci pochi. Ti fermi a pensare e non è detto che arrivi a cinque. Sono questioni personali, ognuno ha i suoi e quando si parla di musica l’argomento è reso ancora più complesso dal fatto che con il tempo hai preso quel brutto vizio di ascoltarla con i ricordi a portata di mano. E questo rende tutto soggettivo. Siamo d’accordo.

Ma poi arriva uno come Mark Knopfler e tutta quella roba là, tutto quel soggettivo, diventa un ammasso di chiacchiere da apericena. Non c’è storia: «È lui» e basta. E non tanto per il suo personale modo di andarsi a cercare le note senza usare il plettro, ma pizzicando le corde con pollice, indice e medio. Non solo, almeno. Perché non è soltanto una questione tecnica. C’è di più. C’è qualcosa che ha a che fare con il cuore. Perché in quel tocco c’è tutto. Uno sfarfallio giusto così, tra una strofa e l’altra, che sembra nascere dall’esigenza, anche un po’ distratta, di riempire un breve vuoto lasciato nella canzone. Ma invece capirai, un giorno, nel tempo, se avrai la pazienza di rifletterci sopra abbastanza, che l’unico motivo per cui quel vuoto si trovava lì era aspettare che quelle note lo riempissero, che gli dessero senso. È questo che ti aspetti da uno come lui, da uno come Mark Knopfler.

Così, il giorno che decidi di prenderti il biglietto (Roma, 20 luglio, Terme di Caracalla), farti un po’ di strada e metterti in fila per andarlo a sentire, è esattamente quello che ti aspetti. Anche se hai sempre detto che la produzione dell’era solista è più orientata al cantautorale che non al virtuosismo (il che non la rende necessariamente peggiore, solo diversa), anche se sei cresciuto con l’assolo di Sultans of swing e un po’ ti dispiace che dal vivo non la faccia più, anche se a quegli album dei Dire Straits hai appiccicato così tanti ricordi che basta una nota a darti la scossa, anche se tutte queste cose le hai messe in programma, per quella tendenza a guardarti indietro che, passati i quaranta, si fa strada implacabile quanto il fatto che queste maledette seggioline sono sempre più scomode, non è per il ripetersi di quella liturgia che sei venuto fin qui.

Non sei seduto al tuo posto con la tua birra in mano per una celebrazione nostalgica. Sei lì perché vuoi farti avvolgere da qualcosa che hai imparato a chiamare poesia. Sai che ti aspettano brani che conosci meno, perché hai avuto meno anni a disposizione per ascoltarti quegli ultimi album e ti capita sempre più di rado di riavvolgere la canzone e riascoltarla un’altra volta e un’altra e poi un’altra ancora. Lo facevi ai tempi di Telegraph road, per dire. Ai tempi di Tunnel of love. Come i bambini che guardano lo stesso film centinaia di volte, e più lo imparano a memoria più si divertono e ti chiedono «Ancora!». Oltretutto, la scaletta l’hai letta da qualche parte in internet, perché sei talmente goloso che pazienza per gli spoiler, e più o meno sai cosa succederà. Ma quello che non ti immagini è il modo in cui questo signore sulla soglia dei settanta sale sul palco, accompagnato dalla sua band, e si prende la scena semplicemente sistemandosi la chitarra addosso. Succede in un attimo.

Percepisci appena il sorrisetto infantile che ti si è aperto in faccia, mentre ti accorgi che da qualche parta sta arrivando Why Aye Man. E subito dopo la prima strofa, al primo assolo, ritrovi tutto. Compresa la soddisfazione di avere avuto ragione, da subito. Lo avevi detto, tu. Perché basta una nota, e quel «È lui» risuona ovunque, tra mani che battono, urla che rimbalzano, quelli che scattano in piedi come se fosse entrato il preside e, sì, i display dei cellulari che hanno sostituito gli accendini accesi e formano una costellazione che sembra riflettere le luci del palco. Sul quale ci sono anche Guy Fletcher (tastiere), Richard Bennett (chitarre, tante chitarre), Danny Cummings (percussioni), Mike McGoldrick (flauti, di ogni tipo), Graeme Blevins (sax), John McCusker (violino e, sì, cetra), Ian Thomas (batteria), Gleen Worf (basso e contrabbasso), Tom Walsh (tromba) e Jim Cox (piano e fisarmonica). Scivolano via, in un’alternarsi di chitarre che ti sembra di conoscere per nome da quante volte le hai viste, Corned Beef City, Sailing to Philadelphia, Once Upon a Time in the West, ti viene un colpo quando riconosci l’arpeggio di Romeo and Juliet, e poi My Bacon Roll e Matchstick Man, introdotta da un racconto su un giovane Knopfler che fa l’autostop tutto solo insieme alla sua chitarra, tanto per dire che nella vita ci sono quelle due o tre cose che puoi portarti dietro per sempre, e poi Done With Bonaparte, Heart Full of Holes, She’s Gone, Your Latest Trick e ti rendi conto che questa davvero era una vita che non la sentivi, Postcards From Paraguay e, in crescendo, On Every Street e giù lungo una strepitosa Speedway at Nazareth che toglie il fiato prima che scendano tutti dal palco, per risalire dopo qualche minuto e spararti addosso Money for Nothing, che non ti è mai sembrata così bella, fino al momento finale con Going Home.

Alla fine sei talmente carico, che la prima cosa che ti viene in mente è «Ancora!» e la seconda è «Devo scriverci un pezzo, ma non subito, perché non sarebbe la recensione di un concerto, ma il delirio infantile di un fan. È deciso. Meglio aspettare, far sedimentare il tutto, così riesco a scrivere qualcosa di sensato». Aspetti una settimana, ma appena inizi a battere sui tasti capisci che non ci riuscirai.