* CRITICA MUSICA

Beck, la popstar riluttante nell’Hyperspace

Si dice che un musicista suona e ri-suona la propria canzone per tutta la vita, in cerca di una perfezione inarrivabile: si potrebbe dire che Beck – al secolo Bek David Campbell – cerchi disperatamente di fare il contrario. Catapultato oltre l’olimpo dello starbiz nel 1993 dal singolo Loser– che ormai conta miliardi di ascolti – praticamente all’inizio della carriera, Beck da allora ha zigzagato tra i generi quasi in fuga da se stesso e dal suo talento istintivo, finendo al contrario per ottenere il consenso della critica e quello del pubblico, e dopo quasi trent’anni quello di almeno 2 generazioni di ascoltatori fedeli e appassionati, talvolta sfegatati: genitori e figli.

Dopo 15 anni di intensa attività, Beck ha diradato assai la sua produzione discografica, pubblicando 2 soli album dal 2009 in qua: nel 2014 il denso e raffinato Morning Phase che gli è valso il Grammy per il miglior album dell’anno, a cui per sua “fortuna” ha opposto l’incerta svolta pop di Colors, nel 2017.

Collaborando intanto suo malgrado con John Spencer Blues Explosion, Flaming Lips, Air, Marianne Faithfull, Pearl Jam, Macy Gray, Jamie Lidell, Bat For Lashes, Thurston Moore, Philip Glass, Jack White, Lady Gaga: l’arco musical/parlamentare che va dalla ricerca sonora estrema al pop easy listening, insomma una vera icona dell’indie rock, accidenti. Che fare adesso, dopo aver confuso le acque del rock alternativo con il pop melodico, la musica latina con il country, il blues con la lounge senza riuscire a far perdere le proprie tracce?

L’escamotage sarebbe questo nuovo Hyperspace, che mette insieme arnesi, melodie e ritmi alla rinfusa; un gioco retro anni Ottanta che sembra sviluppato a caso (ma non lo è) con il produttore e amico di lunga data Pharrell Williams, che ha una stanza piena di Grammy Award e Billboard Music Award. E infatti si apprezzano stranezze, depistaggi e sciatterie: dal titolo declinato in lingua katakana, uno dei tre diversi tipi di scrittura giapponese, alla strategia old style dei singoli che anticipano l’album quasi per toglierne la sorpresa (ben 4), oppure la title track che procede in stanco contrappunto tra ritmo e melodia, persino le filastrocche incantevoli Die Waiting, Chemical e Dark Places trattenute ad arte tra ansia e sedazione.

Beck ha sempre dissimulato il suo contrasto tra esteriorità e intimità, e ancora una volta scrive canzoni straordinariamente pop come fossero frettolosi appunti di viaggio, panorami dal finestrino – o da una capsula spaziale, come in Stratosphere? – che passano in un attimo senza mai avere il tempo di sedimentare nell’animo. Una attitudine alla “superficialità” che forse è la chiave del suo genio: oggi c’è meno da cercare sotto la superficie della sua estetica rispetto a venti anni fa, piuttosto in questa narrazione del viaggio “iperspaziale” c’è un po’ di depressione in agguato, voglia di rinuncia e di fuga, malcelato imbarazzo per la sincerità di qualche riferimento autobiografico al recente divorzio e all’uso di eroina.

Uneventful Days declina esattamente questo andazzo pigro, canzone tanto bella e tentatrice quanto presa a raccontare proprio uno di quei giorni in cui non succede niente: percorsa da una inquietudine sottopelle che St. Vincent ha brillantemente portato a galla col suo recente remix. E anche Saw Lightning dal ritmo caciarone sembra quasi vittima di una pruderie al contrario quando evoca involontariamente – o no? – gli incubi da successo di Loser.

Beck ha detto al “New Yorker” che si sveglia «con le canzoni in corso, melodie, armonie e una linea di basso. È come se ci fosse sempre una stazione radio che suona nella mia testa»: come quelli a cui manca qualche rotella e sentono le voci dentro. Fatto sta che nonostante questo tremolio acustico che rende sottilmente disturbante la messa a fuoco delle canzoni di Hyperspace, il risultato è sempre piacevole da ascoltare, a volte colpisce il segnale puro, a volte resta un ronzio di sottofondo perché in realtà ci siamo distratti pensando ad altro. Proprio come nella vita.