ATTUALITÀ IL PERSONAGGIO

Nilde, a vent’anni dalla sua scomparsa

Venti anni fa, il 4 dicembre 1999, veniva a mancare Nilde Iotti, una delle figure più importanti ed emblematiche della storia repubblicana. Il suo rigore morale e il suo rispetto delle istituzioni dovrebbe essere un esempio quotidiano e costante non solo per chi è chiamato a sedere sugli scranni del Parlamento

«Carissimo ***, dètto a Giorgio Frasca Polara queste righe per dirti della mia commossa gratitudine per le espressioni così affettuose che hai voluto dedicarmi. Prendo il tuo augurio – che so dettato da tanti ricordi – come uno sprone a mettercela tutta per combattere quel perverso intreccio di mali che mi costringe all’impotenza e che ha ispirato il mio gesto netto (le dimissioni da deputata date il 18 novembre 1999, dopo 53 anni ininterrotti di impegno parlamentare, sin dalla Costituente, ndr) ma che comprenderai bene come sia dovuto a coerente rispetto per l’istituzione cui ho dato tanta parte della mia vita ma alla quale oggi non posso dar nulla. Un forte, affettuosissimo abbraccio».

Se ero stato io – solo per stato di necessità – a scrivere la lettera, la firma era sua, di Nilde Iotti, vergata a fatica ma chiara da un letto della lontana e appartata clinica in cui era ricoverata per l’intreccio di molti mali. La lettera porta la data del 22 novembre 1999. Nilde morirà pochi giorni dopo, nella notte fra il 3 e il 4 dicembre. È questa lettera, come tante altre coeve, una testimonianza di coraggio e di resistenza. Era rivolta ad un prestigioso, alto dirigente (scomparso dopo di lei) del fu Pci, con cui Nilde aveva avuto nel passato anche dissensi non lievi, che tuttavia non avevano intaccato rispetto, amicizia, affetto reciproci. E, pur allo stremo delle sue forze, pur in un disagio estremo, Nilde si preoccupava così di mantenere la propria dignità e un caloroso rapporto con tanti compagni, colleghi, amici.
Non stupisca l’affidamento a me della dettatura di questa e di tante altre lettere analoghe: una fiducia grande e forse immeritata. Ma il fatto è che avevo conosciuto Nilde alla fine degli anni Cinquanta: Togliatti l’aveva pregata di controllare il testo del resoconto di un suo comizio. L’avevo poi frequentata regolarmente per i successivi venti anni: ero resocontista fisso del Comitato centrale e poi redattore parlamentare di quella che fu “l’Unità” che abbandonai nell’estate del 2000 contestando la sua irresponsabile privatizzazione e l’affidamento della direzione ad un personaggio che non aveva nulla a che fare con il Pci e le sue successive varianti e, insieme, con la storia gloriosa del giornale fondato da Gramsci.

Quindi ero stato suo strettissimo collaboratore, come portavoce, per i tredici anni della sua presidenza della Camera e le ero rimasto vicino, per affetto e rispetto grande, anche negli anni successivi, sino alla fine. Mi si permetta dunque l’autocitazione, solo come spiegazione della minuziosa conoscenza di tanti eventi che la riguardarono.
Ma al ricordo umanissimo della donna, della militante prima della Resistenza e poi del Pci e del movimento femminile e, ancora, della serenità con cui aveva affrontato tante difficoltà nella vita (dai pesanti sospetti iniziali sul suo rapporto con il segretario del Pci al drammatico attentato al suo compagno, dalla scomparsa a Jalta di Togliatti, al duro ma alto cimento di presiedere per tredici anni l’assemblea di Montecitorio, lei esponente dell’opposizione) voglio aggiungere alcuni ricordi, non solo per onorarne la memoria giusto nei giorni del ventesimo anniversario della sua scomparsa, ma anche per sottolineare come parecchi dei più coraggiosi atti della sua presidenza abbiano inciso nel profondo nel rinnovamento del costume e delle procedure parlamentari. Ne citerei quattro.

Il “lodo Iotti”. Nilde era stata eletta presidente nell’estate del 1979. Volle metter mano subito a norme, in parte antiquate, relative all’organizzazione dei lavori parlamentari. L’occasione fu già a gennaio 1980 con la discussione alla Camera del decreto Cossiga in materia di terrorismo. (Un inciso tutt’altro che irrilevante: fu nel corso di quel dibattito, e di un violento ostruzionismo della piccola pattuglia radicale, che il deputato Roberto Cicciomessere osò scagliare il volume del regolamento sul volto della presidente. Ne sfiorò il volto scomponendone i capelli. Iotti restò impassibile, come non fosse successo nulla.) Ora, quando il governo pone la questione di fiducia su un proprio testo, in automatico tutti gli emendamenti decadono (e in quel caso erano migliaia): si vota solo il complesso di norme su cui si chiede la fiducia. Questo stabilisce il regolamento. Eppure Iotti decise (ecco il “lodo”) di dare modo ai gruppi di opposizione di illustrare comunque tutte le proprie proposte emendative (i presentatori degli emendamenti possono prendere la parola per una sola volta e per non più di mezz’ora) e, se necessario, posticipare per questo il voto di fiducia oltre le 24 ore stabilite dal regolamento. Questa interpretazione, un segno di salvaguardia e di tutela dei diritti dell’opposizione, è diventata prassi e si applica da allora sempre.

Il voto segreto. Nel 1988 Iotti s’intestò un’altra pregnante riforma del regime del voto segreto, causa di tante crisi di governo e di tante lotte tra correnti, soprattutto Dc. Il precedente regime ammetteva lo scrutinio segreto (su richiesta) per tutte le votazioni e lo prevedeva addirittura come obbligatorio per la votazione finale delle leggi. Con la riforma (cui seguì analoga in Senato) si stabilisce invece il principio genere che le votazioni avvengono sempre a scrutinio palese. A tale principio si deroga obbligatoriamente per le votazioni riguardanti le persone. Anche così, però, almeno sul delicatissimo tema dell’immunità parlamentare, questa ha continuato spesso a trasformarsi in impunità quando si è trattato di discutere di procedimenti penali a carico di deputati e senatori. Anche qui brillò l’indipendenza assoluta di Iotti anche dagli orientamenti prevalenti nel suo partito (a cominciare dal capogruppo Pci dell’epoca, Renato Zangheri) in cui, sulla riforma, si raggiunse infine l’intesa di un voto di astensione.

La sfiducia al singolo ministro. In Italia Parlamento e governo sono legati da un rapporto fiduciario: il governo, per assumere i suoi poteri, deve ottenere la fiducia del Parlamento. Ma, mentre in altri Paesi (Spagna e Inghilterra sono gli esempi più comuni) il capo del governo ha la facoltà di revocare il mandato ad un singolo ministro, la Costituzione italiana non prevede questa possibilità. Attenzione: non lo prevede esplicitamente. Sicché anche qui, Iotti innovò profondamente una norma regolamentare (l’art. 115) nel 1986, in seguito alla presentazione di una mozione di sfiducia nei confronti dell’allora ministro degli Esteri Giulio Andreotti. Da allora, quell’articolo prevede che per le mozioni di sfiducia rivolte a un singolo ministro si applichi la stessa disciplina delle mozioni di sfiducia al Governo e, anzi, dieci anni dopo, la Corte costituzionale, interpellata dall’unico ministro sfiduciato dalla stessa maggioranza (lo scomparso ex magistrato Filippo Mancuso, ministro protempore della Giustizia sfiduciato nel 1995, governo Dini) pose definitivamente fine ai ricorsi del mai rassegnato ex-ministro, sancendo che se una Camera approva una mozione di sfiducia individuale, per ciò stesso c’è l’obbligo delle dimissioni. E fu allora che anche il Senato previde nel suo regolamento questa interpretazione estensiva. Qui varrà la pena rivelare un episodio significativo non solo della determinazione di Nilde ma anche della sua preveggenza. Accadde che l’allora segretario generale del gruppo Pci, Teo Ruffa (a me tuttora carissimo e a tanti deputati di “vecchia” generazione) chiacchierando con Iotti, le lanciò un’obiezione: che la mozione di sfiducia individuale potesse essere uno strumento usato in chiave provocatoria dalla opposizione. Iotti rispose sorridendo: «perché pensi solo o soprattutto all’opposizione? Chiunque può utilizzarlo, anche la maggioranza». E infatti, nei tanti anni successivi alla bocciatura della mozione contro Andreotti, l’unica mozione vincente fu quella contro Mancuso, guardasigilli sfiduciato dalla stessa maggioranza! Ecco che la preveggenza di Nilde era frutto del suo fiuto: quando se ne serviva non sbagliava mai.

Il forte “no” a Cossiga. Concludo con un altro degli atti più forti e sicuramente il più fiero, compiuto da Iotti in quei tredici anni al vertice di Montecitorio. Lo sanno in parecchi, ma parecchi lo ignorano. Estate 1991, mancava un anno alla conclusione del suo terzo mandato di presidente e da poco il referendum sulla preferenza unica aveva avuto successo. Bettino Craxi approfittò di quel voto per teorizzare – contrariamente al presidente del Consiglio, Andreotti – una pretesa delegittimazione del Parlamento, per lui l’oramai famoso “parco buoi”. Iotti non ebbe esitazione e anticipò l’assai dubbioso presidente del Senato, Giovanni Spadolini, esponendosi pubblicamente con un “no” intransigente allo scioglimento anticipato delle Camere. Un no dettato non da un’opportunistica blandizia dell’interesse corporativo dei deputati, ma per affermare il principio che la sorte e l’autorità di un’istituzione suprema come il Parlamento non possono essere piegate all’interesse contingente dell’una o dell’altra parte politica. Vinse la partita, Nilde, anche contro il trasparente sostegno del presidente della Repubblica, Cossiga, alla tesi di Bettino Craxi. Vinse non sola certo, ma aiutata dal rilevante suo prestigio istituzionale e dalla sua forte influenza politica. Fatto sta che di lì a poco giunse alle orecchie dei più stretti collaboratori di Iotti l’indiscrezione che Cossiga, allora nel pieno del suo picconaggio dal Quirinale, intendeva offrire alla presidente della Camera il seggio di senatrice a vita. Un gesto di considerazione o, come qualcuno riterrà con perfidia pari all’intensità delle polemiche e delle tensioni tra i due Palazzi, un promoveatur ut admoveatur? Breve consultazione con chi le aveva riferito la voce, ma in realtà Nilde aveva già deciso. Prima dunque che l’indiscrezione trapelasse, come in effetti avvenne, prese un biglietto e scrisse a Cossiga una frase sola, due righe appena: «Qui sono stata chiamata ripetutamente dai colleghi, e qui resto per rispettarne la volontà». Fece chiamare un commesso, gli diede il biglietto manoscritto con la preghiera che un motociclista la recasse subito al Quirinale. Non ci fu tempo neppure per fare una fotocopia preziosa come documentazione e per l’archivio. Né ci fu replica. E soprattutto non ci fu “notizia”. La discrezione innata e la delicatezza della contingenza giunsero al punto che Nilde pregò chi sapeva (solo i suoi tre collaboratori) di non far parola del suo rifiuto, dettato non certo da orgoglio personale perché la nomina avrebbe comunque siglato una straordinaria vita dedicata al Paese. E nessuno fiaterà per otto anni, sino al 19 novembre 1999, all’indomani delle dimissioni di Iotti, assai malata, dall’incarico di parlamentare. Quindi due settimane prima della sua scomparsa. Solo allora, senza neppure interpellarla e violando così l’impegno al silenzio, mi considerai sciolto dal vincolo e, a suo onore, rivelai la vicenda sull’Unità. Nessuno smentì.