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See Emily Play

Emily Young è una grande artista, che ha scelto la Maremma per vivere e creare le sue sculture in pietra, in mostra nell'esposizione "Stone caving" fino al 20 luglio, al Museo della Tartuca, a Siena. Ma Emily è anche "quella" Emily che ha ispirato Syd Barrett e la sua "See Emily Play"...e questa è un'altra storia
Credits @Angelo Plantamura

L’attimo esatto in cui un volto emerge dalla pietra. Il movimento. Il passaggio non ancora concluso dal mondo immateriale, dalla visione alla realtà. E poi un disco solare, perfetto. La sensazione di un’eclissi. Forme, curve, a volte morbide altre imprevedibili, superfici dolci e ruvide. Sculture che hanno addosso la bellezza naturale della pietra, come una memoria che il lavoro dell’artista ha mantenuto intatta. Un viaggio onirico che porta con sé gli echi della Londra underground degli anni Sessanta e i silenzi magici dei boschi maremmani. Perché c’è una storia che unisce queste suggestioni, un filo sottile che le attraversa e che si è fermato a Siena, nel museo della Tartuca, dove fino al 20 luglio sarà ancora visitabile la mostra Stone Carvings, con le opere della scultrice inglese Emily Young. Onice, pietra amiatina, una rara pietra brasiliana. Materiali che provengono un po’ da tutto il mondo, riuniti nel tempo dal momento in cui l’artista ha lasciato Londra per iniziare quel lungo viaggio che, alla fine, l’ha portata in Maremma, vicino Batignano, dove qualche anno fa ha acquistato il convento di Santa Croce.

Per lei, è stato un colpo di fulmine. «Quando sono salita per la prima volta su quelle colline e ho visto il mare – racconta – ho subito pensato a Ulisse, agli spiriti della storia, a quelle narrazioni del mondo antico, evocato dal mare, che qui sono così presenti». E così ha sentito l’urgenza di rimanere, trasformando il convento nella sua residenza e nel suo studio, nel quale lavora alle pietre che, spesso, incontra durante una passeggiata. Già, proprio così, non le trova: le “incontra”. «A volte quando vedo una pietra mi capita di scorgere subito la forma che ha dentro. Si crea questa strana empatia tra noi. C’è come un legame, che nasce ancora prima che io inizi a lavorarci. In un certo senso è come se quella pietra mi chiamasse». Un legame che si stringe, nel momento in cui lei inizia a scolpire, a “togliere”, rivelando ciò che la pietra diventa, tocco dopo tocco. «In queste pietre percepisco la loro provenienza da molto lontano. Alcune vengono da tempi in cui il mondo era diverso. E così quando io, una piccola donna, entro in relazione con loro, tocco qualcosa di così antico che è un’emozione davvero incredibile, una connessione con qualcosa di remoto». Non è solo un’espressione artistica. Non sono soltanto storie che emergono dalla roccia. C’è questo legame profondo con le sensazioni, che diventa avvolgente come sa fare un sogno.

E c’è una vecchia storia, che riguarda proprio i sogni. Una storia che si svolge a Londra, qualche tempo prima che Emily se ne andasse. È la storia di un incontro, e di una canzone. Di una piccola poesia ricamata su una semplice trama di accordi. La canzone parla di una ragazza, che si chiama proprio Emily, e che a quanto pare è “spesso incline a prendere in prestito i sogni di qualcuno, fino a domani”. Così scrisse Syd Barrett, il visionario fondatore dei Pink Floyd, nel testo di See Emily play, uno dei primi successi della band, uscito nel 1967 sul lato A di un 45 giri e poi rimasto stranamente escluso dall’album che di lì a poco sarebbe uscito, quel The Piper at the Gates of Dawn che rappresenta il momento più fulgido della folle e meravigliosa cometa che fu Syd. Come tante altre cose che riguardano questo artista, anche quel brano, inserito in un album solo nel 1971 in occasione della compilation Relics, possiede quella luminosità psichedelica e lisergica che ti avvolge ma ti lascia la sensazione che qualcosa continui a sfuggirti. Finché un giorno, in una biografia curata da Nicholas Schaffner compare quel nome, Emily Young.

Una delle sculture di Emily Young, della serie “Discs”

L’ipotesi, ricostruita incrociando date e luoghi di quell’epoca in bilico tra storia e mito, è che sia stata lei a ispirare quel brano. Ma se si prova a chiederle qualcosa al riguardo, lei sorride come chi si aspettava che prima o poi saltasse fuori quella domanda, e dice solo: «Ci siamo incontrati, in quegli anni. Syd era un grande poeta». Anni che, d’altronde, hanno plasmato l’immaginario collettivo con un gioco di riflessi che non ha ancora perso un grammo di luce. «Era un mondo pieno di ispirazione – dice Emily – forse eravamo più liberi di sognare». E chissà che non ci sia, tra le opere che questa strepitosa artista, definita dal Financial Times la più grande scultrice britannica vivente, ha esposto a Siena, anche un sogno preso in prestito al Folle Diamante, qualche anno fa, e non ancora restituito. Riccardo Bruni

La mostra sarà visitabile fino al 20 luglio, nei giorni di lunedì, venerdì e sabato dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 18, nella sede del Museo della Tartuca, a Siena, in via Tommaso Pendola.