LA PAROLA

Hipster

Negli “anni zero”, ovvero nel primo decennio di questo secolo, nel mercato veloce e appariscente delle culture giovanili di stampo anglosassone, ritornava alla ribalta il termine hipster caro alla cultura stelle e strisce anni Sessanta. La parola, nemmeno a farlo apposta, è sbarcata anche in Italia ottenendo un certo successo nel marasma dei linguaggi giovanili della crisi. E prontamente, l’Accademia della Crusca che ormai scruta ansiosa tutto quello che bolle in pentola in materia di nuovi linguaggi, si è affrettata a darne definizione, sentenziando che l’hipster non è nient’altro che «un giovane tendenzialmente disinteressato alla politica e con velleità fortemente anticonformiste, che si riconosce per atteggiamenti stravaganti e abbigliamento eccentrico e variopinto».

Per amor di precisione, vogliamo ritornare alle origini, nell’America perduta degli anni Quaranta dove la parola, coniata nel giro dei musicisti jazz, indicava coloro che erano appassionati di hot e bebop. L’etimologia del termine è incerta; i jazzisti, infatti, utilizzavano il termine hip per indicare i patiti di jazz; ma potrebbe essere ricondotto anche al termine hipi, che nel gergo degli afroamericani voleva dire «apri gli occhi».

La parola fu rispolverata nei due decenni successivi, dagli intellettuali della beat generation, Kerouac, Burroughs e Ginsberg. E fu proprio quest’ultimo a dare dignità letteraria al termine nel suo Urlo (The Owl tradotto in italiano da Fernanda Pivano – Mondadori, 1965) consegnando alla leggenda un’intera generazione allo sbando.

«Ho visto le migliori menti della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate, nude, isteriche
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa
hipster dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste…»

Oggi il termine è usato a casaccio, spesso per definire stili diversissimi tra loro, assumendo una miriade di significati nella galassia delle mode che ripetono se stesse all’infinito, saccheggiando il passato e non creando niente di nuovo.

L’hipster del terzo millennio si interessa ancora alla cosiddette culture alternative del secolo scorso ma non disdegna di usare le nuove tecnologie. Si muove con disinvoltura nel paesaggio metropolitano, forte di un abbigliamento vintage da mercatino dell’usato: jeans, t-shirt e camicie a quadri. Gli uomini spesso sfoggiano barba e baffi ben curati e capelli rigorosamente corti.

Accosta accessori anni Sessanta ad altri decisamente più moderni, mangia bio o vegetariano, si interessa di musica, arte e cinema, ma a patto che sia “di nicchia”.

Con buona pace degli adulti, quando una cultura giovanile, fagocitata dal mercato diventa “moda”, in quel preciso istante i giovani che ne sono stati fautori ne decretano la morte. Tanto che si sta facendo strada un nuovo stile, il normcore che celebra l’understatement e l’ordinarietà. Per cui, vestirsi, comportarsi, essere insomma, “normali”, significa essere decisamente “contro”.