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Quei canti più alti dell’orrore

Arianna Szorenyi

Il 7 febbraio 2020 qualcuno ha disegnato una svastica col pennarello sulla porta di una casa di San Daniele del Friuli, dove il 16 giugno del 1944 venne prelevata tutta la famiglia Szörényi, padre ebreo ungherese, madre istriana cattolica, otto figli battezzati, traditi da un delatore li aveva denunciati in quanto ebrei. Di dieci persone si sono salvati in tre.

La svastica sulla porta era per Arianna, l’unica ancora in vita, che solo pochi anni fa ha deciso di raccontare la sua storia di deportazione nel libro Una bambina ad Auschwitz (Mursia Editore). Arianna entrò nel lager a 11 anni, presto separata anche dalle sorelle più grandi e dalla madre, che poteva vedere solo attraverso la rete che divideva i blocchi, prima di essere trasferita a Bergen Belsen in una delle tante marce della morte. A lei si deve la testimonianza di uno di quegli straordinari momenti di resilienza nel lager, passato attraverso la musica.

Che la musica abbia giocato un ruolo importantissimo nell’universo concentrazionario lo hanno abbondantemente dimostrato l’enorme archivio e le ricerche che da anni sta portando avanti il musicologo Francesco Lotoro, dedicate proprio alla musica concentrazionaria, che hanno svelato come accanto ai macabri concerti imposti dai nazisti alle orchestre di deportati mentre sfilavano i “selezionati” alle camere a gas, nel lager, spesso di nascosto, sia stata creata moltissima musica, canzoni soprattutto, ma anche opere liriche e sinfonie. Ed è accaduto proprio lì, in un luogo concepito per la disumanizzazione e l’annientamento.

È quello che hanno fatto anche le sorelle di Arianna, Bella, Daisy, Rosetta e Lea assieme ad altre ragazze, forse piemontesi. Hanno preso il motivo di una hit dell’epoca, Piemontesina bella, e ne hanno riscritto il testo, aggiornato alla quotidianità del campo di sterminio.

Svegliamoci presto ragazze
Il tedesco è venuto
E ci deve contar
Svelte andiamo all’appello
Formiamo un drappello
Laggiù nel piazza!

Perché a lavorar
bisogna andar
A comandare è il baston
I camerati nemici ci son

Mai ti potrò scordare
O prigionia di guerra
La pelle e il cuor ci serra
Ci rende triste ogni dì

Ma poi pensando a casa
Ritorna l’allegria
La speranza si ravviva
Di presto ritornar

Ecco però lì già schierati
Coi cani al guinzaglio
Ci attendono già
Tengono in mano il bastone
Che poi sul groppone
Ci scaricheran

Se sul lavor
Svelte non siam
Questi malvagi aguzzin
A bastonate ci faranno morir

Noi non dobbiam scordare
La prigionia di lamento
I pidocchi a cento a cento
Le scarpe rotte ai pié

Il rancio che ci danno
È scarto per maiali
Brodo di rape e cane
Con l’acqua del caffè

E dopo aver lavorato
La strada del campo
Ci tocca rifar
Abbiamo il viso imbrattato
La testa fasciata
Come tanti soldà

Svelte noi siam
A lavorar
Ma questi malvagi aguzzin
a bastonate ci farann morir

Ma quando verran gli alleati
Ai vecchi camerati
Tutto farem pagar
La verga e il baston
Lor batterem sul groppon

Tra le rime che raccontano la spaventosa scansione della vita nel campo con una precisione da croniste, si legge qualcosa di leggero, uno spirito irridente, di ragazze. Arianna Szörényi a suo tempo ha lanciato un appello: magari qualcuna delle altre giovani donne che intonarono quella canzone con le sue sorelle è ancora viva, sarebbe bello incontrarla. Una registrazione di una versione cantata nel 2000 si può trovare qui.

 

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